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Interpretazioni stravaganti
26/05/2017 08:38

La giornata di ieri è stata piuttosto strana, sebbene non abbia provocato particolari emozioni.

Si sono però evidenziati alcuni comportamenti dei mercati un po’ stravaganti o, quanto meno, diversi da quel che la logica avrebbe consigliato.

Innanzitutto è piovuto un acquazzone di vendite sul petrolio, che ha fatto arretrare i prezzi di quasi 5 punti percentuali rispetto al giorno prima, proprio nel giorno in cui l’OPEC, riunito a Vienna, ha prorogato di 9 mesi il taglio produttivo per sostenere i prezzi. Più di un osservatore sarà rimasto perplesso nell’osservare che la notizia di un taglio produttivo, attuato per sostenere i prezzi, li ha fatti crollare del 5%. Il problema, come al solito, è che i mercati anticipano e spesso incorporano nella speculazione che muove i prezzi anche speranze che vanno al di là del lecito, e che, quando vengono frustrate da una realtà che ha confermato solo le attese più evidenti, fa scattare realizzi da parte chi voleva di più. Insomma, il classico comportamento da “Sell on new”.

In questo caso qualche operatore avrebbe desiderato addirittura un incremento del taglio produttivo, che avrebbe mostrato un rafforzamento della convinzione dei principali produttori a sostenere i prezzi e avrebbe forse permesso alle quotazioni del greggio di superare quell’area compresa tra i 53 ed i 55 dollari al barile, che da 6 mesi rappresenta un tetto che ha sempre fermato i tentativi di decollo rialzista. L’aver ottenuto solo una sorta di minimo sindacale dalla riunione OPEC, che ha escluso la necessità di ulteriori tagli, ha fatto emergere l’impressione che il cartello petrolifero non abbia altre carte da giocare. E siccome le carte giocate in precedenza, e ieri solo confermate per altri 9 mesi, sono state praticamente bruciate dall’aumento di produzione dei pozzi di shale oil americani, che in questi mesi sono in continuo aumento ed hanno praticamente compensato del tutto il taglio OPEC, ecco che la mancanza di un rilancio OPEC equivale alla notizia di non avere altre carte vincenti. Ed allora il mercato ha venduto quel che nelle scorse settimane aveva accumulato nella speranza speculativa che l’OPEC tirasse fuori qualche nuova magia.

La pioggia di vendite sul greggio ha causato vendite anche sui titoli delle aziende del settore estrattivo, frenando le borse europee, che hanno avuto la seconda giornata scialba consecutiva, nonostante una partenza che sembrava col piede rialzista.

Ma il pessimismo non ha contagiato la borse americane, ed anche questa è una notizia abbastanza inaspettata, poiché in passato le vicende del petrolio, quando capitavano oscillazioni eclatanti dei prezzi, avevano sempre contagiato, nel bene o nel male, anche l’andamento dei listini azionari, poiché anche in USA le grandi corporation petrolifere hanno un peso non indifferente sugli indici.

Invece questa volta i mercati americani hanno snobbato il calo del petrolio e le incertezze degli indici europei e, con un salto apparentemente piuttosto convinto, sono riusciti, con SP500 e con Nasdaq100, a superare i precedenti massimi assoluti con un evidente allungo. Al Dow Jones è riuscita invece solo l’impresa di superare i massimi del 26 aprile, ma non quelli storici realizzati il 1° marzo scorso.

Se vogliamo trovare qualche altra stranezza nel comportamento dei mercati possiamo rimarcare anche il fatto che i messaggi provenienti dalle banche centrali in questi giorni vengono interpretati al contrario delle intenzioni dei comunicatori. Infatti la FED ha comunicato in modo molto esplicito l’intenzione di proseguire e forse addirittura accelerare il ritorno alla normalità monetaria, fin dalla ormai vicina riunione del FOMC di giugno. Ma la notizia non sta minimamente preoccupando né l’azionario USA, né quello emergente, che in teoria dall’aumento dei tassi dovrebbero avere solo danni. Al contrario, ieri, entrambi sembrano aver manifestato addirittura l’intenzione di attuare un mini-rally.

Evidentemente la credibilità dei messaggi FED, nell’era Trump non è più quella di una volta. Neppure il dollaro ha apprezzato il messaggio FED, che per lui dovrebbe essere positivo, e continua a vivacchiare sui minimi di periodo.

Viceversa in Europa Draghi l’altro ieri si è indaffarato a spiegare che non ha alcuna fretta di normalizzare la politica monetaria europea e che questa rimarrà accomodante ancora per parecchi mesi. Inoltre il tapering del QE, quando inizierà, sarà graduale. Queste parole hanno confermato pienamente la politica accomodante che la BCE attua da anni, ed avrebbero dovuto favorire i mercati azionari e indebolire un po’ l’euro. Ebbene, anche qui, quel che poteva essere la logica reazione non si è vista. L’azionario è rimasto moscio ed ancora lontano dai massimi di quest’anno, mentre l’euro è rimasto forte, sopra 1,12 nei confronti del dollaro.

L’unico andamento che risponde ad una certa logica è stato ieri quello debole del nostro listino, che peraltro si è accompagnato a segnali di nuovo allargamento dello spread BTP-Bund, che non riesce a scendere sotto quota 170 punti base e, anzi, sembra voglia risalire verso quota 180.

La debolezza italiana, che ieri è risultata evidente dal fatto che il nostro Ftse-Mib, pur senza crollare, ha avuto la peggiore performance quotidiana in Europa, è dovuta alle incertezze del settore bancario, ancora frenato dall’eterna diatriba tra governo e vigilanza UE sul salvataggio delle due banche venete, che in Europa si vorrebbe caricare per un ulteriore miliardo di euro sulle spalle dei privati (l’ipotesi è di un parziale bail-in a carico degli obbligazionisti senior, cioè ordinari) prima che possa intervenire lo stato con i soldi dei contribuenti.

Ma un certo peso cominciano a manifestare anche i timori per quel che succederà al nostro paese, con un debito pubblico al 133% del PIL, quando anche in Europa si comincerà a normalizzare la politica monetaria e verranno rialzati i tassi. Il rapporto semestrale sulla stabilità finanziaria della BCE, uscito proprio in questi giorni, non fa mistero che un aumento dei tassi in Europa, magari trascinato più che dalla politica monetaria della BCE, da quella della FED, che avrebbe un effetto contagio anche sui rendimenti europei, rappresenterebbe un rischio significativo di perdite per i possessori di Bond e, per i paesi in cui la stabilità politica è incerta, anche di deterioramento degli spread. Nel rapporto non si fanno nomi, ma tutti hanno capito che questo riferimento riguarda il nostro paese.

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