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Primi smottamenti intorno all'azionario
17/05/2017 08:33

Anche ieri la seduta di borsa ha ripetuto sull’azionario il medesimo copione dei giorni precedenti: un andamento laterale e senza emozioni, con i principali indici svogliatamente incollati ai massimi assoluti o dell’anno,  ma senza quella verve in grado di imprimere un’accelerazione al movimento.

Questo comportamento è il risultato dell’operare di indicazioni contrapposte che provengono dagli USA. Favorisce le quotazioni la positività delle trimestrali, che stanno esaurendo il flusso dei comunicati e che, viste nel complesso, testimoniano una buona ripresa dei profitti aziendali. Ciò riduce la percezione di squilibrio nelle valutazioni raggiunte dagli indici, sebbene il rapporto P/E, un indicatore che misura la generosità del mercato nel valutare le imprese quotate rispetto agli utili che queste generano, resti decisamente elevato e ben al di sopra della media storica. La versione del P/E proposta dal Premio Nobel Shiller misura oggi circa 29,5, gli stessi livelli raggiunti prima della crisi del ’29 e inferiori solo ai 44 punti del dicembre ’99, in piena bolla new economy, che scoppiò tre mesi dopo. La media storica è piuttosto lontana, a 16,75.

Ma a frenare i compratori, oltre al senso di vertigine che provano con l’indice SP500 a quota 2.400 punti, quando prima dell’elezione di Trump era 300 punti più in basso, c’è proprio l’inconcludenza pratica del nuovo presidente, che in campo economico non riesce a far approvare nulla di quanto promesso, mettendo alla prova i nervi di chi ha scommesso su di lui, mentre in politica estera ne combina una dietro l’altra. Clamorosa è stata l’ultima gaffe, accolta con un imbarazzato silenzio dagli alleati occidentali.  Ha candidamente rivelato ai russi informazioni segrete ricevute da un alleato, sconfessando il suo staff, che dapprima aveva smentito la notizia pubblicata dal Washington Post.

Un comportamento bizzarro, specie se consideriamo che il Russia-gate e il licenziamento del capo della FBI, che indagava sulla vicenda, sono ancora al centro del dibattito americano. Le voci critiche di parlamentari anche del suo stesso partito cominciano a farsi numerose ed il consenso popolare, che si era un po’ risollevato quando aveva mostrato i muscoli ad Assad e Kim Jong-Un, è nuovamente precipitato ai minimi.

Si spiega così lo stallo che l’indice più rappresentativo dell’azionario USA sta vivendo dal 25 aprile scorso, che gli impedisce di spiccare il volo con decisione oltre quota 2.400, ma anche di effettuare una corposa correzione, almeno fino a ieri.

Ma questa settimana il terreno intorno all’azionario sta cominciando a dare i primi segni di smottamento. Infatti i rendimenti obbligazionari sul Treasury decennale, che dal 19 aprile al 10 maggio si erano risollevati fin sopra il 2,40%, grazie alle attese che la FED ritocchi al rialzo i tassi nella prossima riunione di giugno, negli ultimi giorni hanno ripreso a scendere e ieri sono scivolati al 2,30%.

Ma è stato soprattutto il dollaro a subire una significativa perdita di fiducia, perdendo significativamente terreno nei confronti di tutte le altre monete. Il Dollar Index, l’indice che misura la forza del dollaro rispetto ad un paniere contenente le principali valute mondiali, che da aprile sta perdendo significativamente terreno, ieri ha rotto l’area di supporto di 98,60, scivolando a 98, che è all’incirca il livello che aveva prima della vittoria di Trump nel novembre scorso.

Notiamo perciò che la bolla Donald si sta sgonfiando sull’obbligazionario e sul dollaro. Resiste per ora sull’azionario, ma il contesto globale rende sempre più simili ad una patata bollente le azioni accumulate da parte di chi ha scommesso pesantemente sulle bufale di Trump ed ora comincia a vedere una perdita di momentum nella forza dell’indice e a constatare la presenza di evidenti divergenze ribassiste sui principali oscillatori che misurano la forza del mercato.

Se poi aggiungiamo che il mese di maggio sta avanzando e la stagionalità sfavorevole è dietro l’angolo, diventa difficile continuare a fare gli ottimisti ad oltranza, ignorando la terra che frana intorno all’azionario.

Ci vorrebbe qualche colpo a sorpresa del magnate, in grado di rianimare i sogni di gloria degli operatori. Ma per ora Trump mostra soltanto un crescente imbarazzo operativo.

La situazione in Europa è decisamente migliore, e lo dimostra la performance più tonica degli indici europei rispetto a quelli USA, anche se una certa stanchezza comincia a intravedersi anche nel vecchio continente. La stabilità politica cresciuta con le recenti prove elettorali, un certo ritorno di moda degli ideali europei, magari interpretati da ciascuno a modo suo, i dati macroeconomici che dimostrano che l’Eurozona cresce assai più degli USA da qualche trimestre (ovviamente con l’eccezione dell’Italia, fanalino di coda insieme alla Grecia). Sono tutti fattori che giustificano la maggiore forza degli indici europei rispetto a quelli americani.

Ma la domanda legittima è ora la seguente: se gli USA dovessero cedere terreno, riuscirebbe l’Europa a rimanere a galla da sola, senza correggere anch’essa vistosamente?

A mio parere è molto difficile. Perché gli eccessi di breve periodo si vedono anche in Europa, e sono addirittura più pronunciati che in USA. Ecco perché è quanto mai opportuno mantenere alta l’attenzione ed adeguare le protezioni per non disperdere le performance accumulate.

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