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Riflessioni sui nuovi scenari europei
09/05/2017 08:34

La festa per Macron ieri sulle borse europee è durata solo poco più del gap rialzista iniziale, ed ha lasciato spazio alle prese di beneficio, da parte dei molti che hanno creduto ai sondaggi e si sono posizionati al rialzo nei giorni precedenti il ballottaggio, o magari addirittura prima dell’esito del primo turno.

Perciò la seduta è passata tutta col segno meno, solo mitigato all’apertura di Wall Street, il cui balzo iniziale ha permesso a SP500 di migliorare di un’inezia il suo record storico, superando i 2.401 punti che dal primo marzo hanno rappresentato un tappo all’ottimismo degli operatori. Anche il tecnologico Nasdaq100 ha superato per l’ennesima volta i massimi assoluti, mentre il vecchio Dow Jones, sta ancora faticando a raggiungere i livelli di marzo. Dopo la fiammata iniziale però anche Wall Street si è fermata per lasciar spazio ai realizzi e smaltire la fatica per il ritorno ai massimi. Così le borse europee hanno chiuso tutte in negativo. Senza particolari patemi d’animo, dato che la volatilità implicita che i mercati esprimono, ai minimi termini sia in Europa che in USA, impedisce di interpretare la pausa di ieri come inizio di una significativa correzione.

Chiamiamola pausa di riflessione, e prepariamoci a verificare se fin da oggi i pensieri partoriranno nuovo entusiasmo oppure le idee, per chiarirsi, necessiteranno di un altro po’ di tempo da passare in laterale.

Perché pare evidente che queste sorprendenti elezioni francesi di argomenti di riflessione ne forniscono molti.

Innanzitutto occorre scoprire chi c’è dietro Macron. Perché la fulminante ascesa del personaggio, che solo pochi mesi fa nessuno prendeva in seria considerazione, qualche interrogativo lo pone. L’ascesa che l’evoluzione dei sondaggi ha progressivamente e rapidamente rivelato, fa pensare al suo movimento politico “En Marche!” più come ad una start up della comunicazione che ad un partito politico a base democratica. Infatti ieri, con la rapidità tipica delle aziende, più che delle democrazie, ha già cambiato nome e si chiamerà “La Republique en marche”, ed anche Presidente, con la sconosciuta Catherine Barbaroux nominata ad interim alla guida del movimento dopo le ovvie dimissioni di Macron, dovute alla nuova carica istituzionale “super partes”.

E’ tutta da verificare la capacità di questi giovani, esperti di social e di slogan, a coinvolgere in poco più di un mese una maggioranza di francesi intorno ad un progetto politico, per ora abbastanza fumoso, che rassicuri i francesi, in gran parte delusi, ed ostili anche a Macron, che finora è riuscito a far digerire agli elettori l’essere stato ministro dell’economia del famigerato governo socialista nominato da Hollande. Per vincere le Presidenziali Macron si è basato su due o tre concetti chiave (non siamo un partito tradizionale; siamo giovani che credono nell’Europa dei giovani; l’autoritarismo della destra estremista ci spaventa), che possono bastare per coalizzare una maggioranza attorno ad un personaggio “meno peggio” dell’avversaria, ma non è detto che bastino per prendere la maggioranza dei voti alle elezioni politiche che ci saranno tra un mese. Qui prevedo la rivincita dei gollisti, che, se magari brillano meno in tv, tuttavia sono molto più organizzati per il consenso sul territorio. E se sarà così Macron dovrà rassegnarsi ad una “Coabitazione” con un governo di minoranza che gli renderà non tanto semplice mantenere le già vaghe promesse elettorali.

L’altra incognita che dovrà sciogliere è quale nuova Europa vuole perseguire.

Non è passata inosservata l’insolita partecipazione dei tedeschi alle vicende francesi, ed il tifo sperticato della Merkel per Macron, di solito molto diplomatica ed attenta a non intromettersi apertamente nelle faccende altrui. I tedeschi hanno già offerto ai francesi il ripristino della “trazione franco-tedesca”, che in passato si è un po’ affievolita per l’indecisione di Hollande. La tanto evocata “Europa a due velocità” potrebbe costituirsi attorno ad un nucleo forte franco-tedesco, a cui sarebbe ammesso solo chi si adegua e cede sovranità, mentre gli altri sarebbero liberi di annaspare nella loro inefficienza, perdendo il diritto di veto.

Se dovesse prendere corpo un simile progetto, che forse ho semplificato un po’ troppo per rendere l’idea, non capisco per quale motivo Renzi debba esultare come se in Francia avesse vinto lui.

Perché non credo che i tedeschi pensino a coinvolgere Italia e Spagna nel nocciolo duro di questa nuova “super-Europa”, a meno che vengano garantite riforme draconiane ed abbattimento del debito difficili da realizzare, più per l’Italia che per la Spagna.

E, se questo scenario si dovesse realizzare, ecco che la tanto temuta divisione dell’Europa in una potente Serie A ed una pezzente Serie B potrebbe diventare molto attuale, specialmente quando a Francoforte non ci sarà più Draghi a proteggere le inefficienze dei mediterranei con la diga monetaria.

Se Macron non si rivelerà una meteora le cose in Europa potrebbero cambiare, a partire dal prossimo autunno, dopo le elezioni tedesche. E non è affatto detto (anzi, potrebbe essere il contrario) che sia nella direzione che faciliti la vita la nostro paese, già alle prese con l’instabilità dell’attuale frammentazione politica.

Non è forse un caso che ieri, mentre lo spread Francia-Germania sul decennale si è ulteriormente schiacciato poco sopra i 40 punti, riducendosi di quasi la metà rispetto ai massimi di 75 di febbraio scorso, in piena fobia Lepenista, quello del nostro BTP, che era sceso, anche se non in modo così eclatante come quello francese, per tutta la campagna elettorale transalpina, e venerdì era atterrato a 175 punti, ieri ha ripreso a salire in modo significativo, tornando oltre 182.

Sembra che i mercati riflettano su questi scenari. E per il nostro paese, come diceva Eduardo, “gli esami non finiscono mai”.

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