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L'Europa festeggia in anticipo Macron
05/05/2017 08:33

La cavalcata trionfale di Macron verso l’elezione a Presidente della Repubblica francese ha spinto ieri gli indici europei ad un significativo rialzo. In effetti, dopo la vittoria di larga misura nel faccia a faccia di mercoledì sera, il margine di vantaggio registrato dai più recenti sondaggi, che già prima del dibattito era intorno ai 20 punti percentuali di distacco a favore del candidato pro-establishment, si sta addirittura ampliando e mette ormai al sicuro da sorprese anti-euro l’esito del ballottaggio di domenica prossima.

Ne hanno approfittato tutti gli indici del vecchio continente, e soprattutto quelli dei paesi più border-line (Italia e Spagna), che dalla stabilità politica francese hanno più da guadagnare. Se questo è stato il driver del rialzo europeo di ieri, un ruolo lo hanno avuto anche i buoni dati macroeconomici che escono negli ultimi giorni, che testimoniano una accelerazione della crescita europea e della fiducia degli imprenditori, rappresentata dagli indici PMI, che salgono anche ad aprile.

E’ un andamento in netta controtendenza con quel che succede in USA, ben rappresentato dallo stitico aumento del PIL nel 1° trimestre, un terzo di quanto sta crescendo l’Eurozona, e dal calo degli indici ISM americani (indici analoghi ai PMI europei).

L’insieme dei due fattori ieri pomeriggio ha permesso di vedere che mentre l’Europa saliva con convinzione e continuità, la borsa USA viveva l’ennesima giornata incerta e piatta, con chiusura in sostanziale pareggio. Ed è la sesta seduta simile consecutiva.

A rendere incerti gli investitori USA sono due fattori: il primo è l’assoluta incapacità di prevedere il futuro delle politiche di Trump. Il magnate martedì ha incassato il voto per il budget federale fino a settembre, ma ridimensionando i numeri in modo significativo e accantonando alcuni suoi cavalli di battaglia, che sono stati cassati dall’opposizione democratica. Questa notte ha ottenuto una approvazione alla Camera, con numeri risicati, per la sua contro-riforma sanitaria, che manderebbe in soffitta Obamacare. Trump ha esultato, dichiarando la morte dell’Obamacare. Però, come sempre, lui vede solo la parte piena del suo bicchiere e quella vuota del bicchiere degli altri. In realtà anche questa volta ha dovuto trangugiare qualche boccone indigesto preteso dalla fronda interna del partito repubblicano. Inoltre questo è solo il primo passo, perché ora deve approvarla anche il Senato, dove la maggioranza favorevole a Trump è più incerta e i “bersaniani” del suo partito sono più numerosi. Anche se Trump si fa vedere convinto che il testo sarà approvato al Senato, in realtà gli osservatori danno per scontato che al Senato, per avere il voto favorevole, dovrà divergere significativamente dal testo passato alla Camera. Questo fatto comporterà la necessità di “riconciliare“ i due testi, con lunghe trattative tra i due rami del Parlamento USA. La conseguenza sarebbe che la riforma fiscale (il bazooka), che proprio nei risparmi acquisiti dalla contro-riforma sanitaria troverebbe il prerequisito necessario per avere qualche possibilità di approvazione, dovrà aspettare ancora parecchi mesi, e forse per quest’anno non se ne farà nulla. Ovvio che i mercati da questa prospettiva uscirebbero con le ali basse.

L’altro elemento, che sorprende gli osservatori più superficiali, è il calo, quasi un crollo, che negli ultimi giorni ha colpito i prezzi delle materie prime, che sentono odore di rallentamento congiunturale in arrivo. Impressiona in particolare il tonfo del prezzo del greggio (Light Crude WTI contratto con scadenza giugno), che ieri ha perso il 4,8% ed anche oggi, sui mercati asiatici, scivola ulteriormente.

Ieri ha rotto con impeto i minimi di area 47 dollari, che in marzo ne avevano sostenuto le quotazioni, e potrebbe puntare all’area 43 dollari, che è il supporto successivo. Quel che impressiona è che delle ultime 16 sedute, solo 4 sono state di rimbalzo, peraltro sempre molto timido. In questo breve periodo i prezzi hanno perso, dai 53,40 $ dell’11 aprile, quasi il 15% del valore, vanificando completamente gli sforzi dell’OPEC per produrre un recupero delle quotazioni. Il motivo ce lo spiega Bloomberg. Dal giorno dell’accordo la produzione OPEC è effettivamente scesa. Ma è stata quasi completamente rimpiazzata da un aumento della produzione di origine americana, dove le shale oil company hanno ricominciato a frantumare le rocce a tutto spiano e pompare greggio nelle condutture, con il beneplacito del protettore Trump.

Oggi è possibile che la divergenza di comportamento tra mercati europei ed americani continui, anche se ormai la vittoria di Macron è praticamente scontata per intero e potrebbero apparire a fine seduta prese di beneficio di chi si fida dei sondaggi  ma i soldi preferisce tenerseli nelle sue tasche. Perché è evidente che se dovesse succedere l’improbabile, cioè la vittoria di Marine Le Pen, lunedì ci sarebbe un bagno di sangue.

I prudenti difficilmente sbagliano.

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