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Scricchiola la fiducia in USA, non in Europa
03/05/2017 08:34

Il mese di maggio è iniziato con i mercati USA che non sanno più come interpretare l’ambiguità di Trump, sempre molto attivo a parole quanto inconcludente nei fatti concreti, mentre l’economia reale sta dando segni di rallentamento che smentiscono le aspettative dei mesi passati. Il risultato è uno stallo degli indici USA che negli ultimi giorni non sanno proprio che pesci pigliare.

Dopo la puntata rialzista che da Pasqua alla prima partre della seduta del 26 aprile ha permesso all’indice SP500 di risollevarsi dal supporto di area 2.325 per tornare ad accarezzare il massimo assoluto del 1° marzo scorso di 2.401, lo smalto sembra essersi offuscato con ben 4 sedute consecutive comprese nello spazio di una dozzina di punti, tra 2.383 e 2.395.

Il mercato sembra rassegnato a dover attendere assai prima di vedere il primo colpo reale del bazooka fiscale annunciato da Trump dopo Pasqua. Prima c’è molto altro da fare, a partire dall’approvazione del bilancio federale dei primi 9 mesi dell’anno entro questa settimana, per impedire il blocco dei pagamenti ed il default del Tesoro americano. Su questo fronte dobbiamo segnalare che pare si sia trovato un accordo bipartisan tra il partito repubblicano e l’opposizione democratica per l’approvazione di un budget assai diverso da quello proposto da Trump. I democratici sono riusciti a ottenere alcune vittorie importanti, che rappresentano altrettanti schiaffi all’immagine di Trump. Il simbolo della sua campagna elettorale, il fatidico muro con il Messico, è stato accantonato per mancanza di fondi, costringendo il magnate a ripetere la promessa che prima o poi verrà costruito, ma questa volta con l’accento sul poi. Se ne riparlerà, forse, dopo l’estate. Inoltre è stato ridotto il corposo aumento delle spese militari e ridimensionato il taglio alle prestazioni sociali. Si tratta di bocconi amari per il decisionista Trump, che probabilmente nei prossimi giorni dovrà rispondere con qualche diversivo spettacolare per distogliere l’attenzione del pubblico da queste sconfitte pratiche, che ne offuscano l’immagine di grande condottiero populista.

In aggiunta negli ultimi giorni sembra cominciare a scricchiolare anche la diga dell’ottimismo nelle menti degli operatori economici, mentre alla fine della scorsa settimana già sono stati pubblicati dati preliminari sul PIL del 1° trimestre 2017 piuttosto deludenti.  Lunedì scorso l’indice ISM manifatturiero, quello che raccoglie le aspettative dei direttori degli acquisti delle principali società USA, in aprile ha cominciato a flettere dai livelli euforici di marzo. Ieri un altro dato inferiore alle attese riguardante la vendita di veicoli in USA in aprile ha rovinato la giornata dei produttori di auto americani (anche Fiat Chrysler s’è beccata un -4%).

Insomma, si intravedono alcuni granelli neanche troppo piccoli negli ingranaggi della propaganda Trumpista, che oltretutto vengono alla luce in un momento di massimo abbassamento della guardia da parte del mercato. L’indice della paura, il Vix, che indica quanta volatilità si paga sulle opzioni sull’indice SP500, lunedì è addirittura sceso per un momento sotto i 10 punti, un livello violato l’ultima volta nel febbraio 2007, al culmine della compiacenza che venne pagata molto cara, con la grande inversione ribassista del mercato azionario che sprofondò gli indici azionari fino ai minimi di inizio 2009.

Altro clima si respira in Europa, dove sembra che le buone notizie non siano ancora finite. Ieri un altro grande malato, la Grecia, ha trovato un accordo con i creditori per l’ennesimo taglio alla spesa, che dovrebbe consentire, se verrà attuato, di intavolare finalmente la discussione per arrivare al taglio del debito, richiesto da tempo dal FMI, ma sempre osteggiato dai tedeschi.

Non basta. L’indice tedesco e quello francese hanno aggiornato i loro massimi annuali, trascinando al rialzo anche l’Eurostoxx50 e il nostro Ftse-Mib, grazie al profumo di status quo che emanano gli ultimi  sondaggi elettorali francesi, che danno Macron in consistente vantaggio sulla Le Pen per il ballottaggio di domenica prossima.

Prosegue pertanto la divergenza di comportamento tra le due sponde dell’Atlantico, che oggi potrebbe proseguire. Sulla giornata odierna peserà l’interpretazione della trimestrale di Apple, buona ma non eclatante, che ha causato qualche presa di beneficio nell’after hours per il titolo di Cupertino, il più importante tra tutti quelli quotati in USA. E questa sera ci sarà l’appuntamento con la FED, che al termine della sua riunione periodica probabilmente lascerà immutati i tassi di interesse, ma forse fornirà qualche anticipazione sul tapering, cioè sulla progressiva riduzione dell’enorme quantità di titoli di stato presenti in bilanci ed accumulati in anni di Quantitative Easing.

Come la prenderanno i mercati?

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