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La lenta digestione degli eccessi post-elettorali
28/04/2017 08:37

La giornata che si caratterizzava per le riunioni di due importanti banche centrali, quella giapponese e quella europea, non ha mostrato novità significative. Le due banche centrali hanno sostanzialmente confermato le loro politiche, come del resto si attendeva la maggior parte degli analisti, senza impattare molto sull’andamento dei mercati, ed anche le borse Usa non manifestato intenzioni direzionali, in attesa che gli annunci sul bazooka fiscale di Trump, che il segretario al Tesoro USA Mnuchin ha comunicato mercoledì, si trasformino in un piano ufficiale.

Entrando un po’ più nel dettaglio, rileviamo che le borse europee hanno proseguito la digestione dell’euforia post elettorale, retrocedendo un altro po’ dai massimi raggiunti il 25 aprile.

Un movimento correttivo, causato dalle prese di beneficio, è assolutamente fisiologico, se consideriamo che l’indice Eurostoxx50, rispetto al valore di chiusura di venerdì 21 aprile (3.340), martedì ha realizzato un massimo più alto del 4,5%. Ancor meglio ha fatto il nostro FIB (da preferire al Ftse-Mib in questo periodo per analizzare il mercato italiano, per via dello stacco dei dividendi, che impatta sull’indice ma non sul future) nel medesimo periodo di sole 17 ore di borsa, ha messo a segno un +6,4%. Non parliamo poi di casi specifici, come il settore bancario italiano e francese, che si sono avvicinati nel medesimo lasso di tempo a performance vicine alla doppia cifra positiva. Un simile scatto, se dimostra una dose elevata di euforia borsistica, che ha accompagnato i festeggiamenti di Macron, suscita evidentemente in molti beneficiati una pulsione a mettere in tasca i guadagni. Perciò non deve stupire qualche seduta correttiva, che serve appunto a digerire questi eccessi ed accogliere, a prezzi un po’ più abbordabili, i ritardatari che hanno perso il treno ed i trader più veloci che hanno venduto sui massimi o poco sotto, non con l’intenzione di fuggire definitivamente, ma di rientrare dopo l’attesa correzione.

Direi pertanto che la buona salute dell’Europa, testimoniata dagli indici azionari principali, che hanno tutti superato importanti resistenze dopo una fase laterale che è durata quasi due mesi, e ieri anche da Draghi, che ha lanciato un messaggio rassicurante sulla crescita europea, che finalmente, anche ai suoi occhi, ha preso vigore, non consentono di nutrire preoccupazioni per il pullback che stanno ora vivendo i principali indici del vecchio continente. Anzi, è probabile che presto tornino ad apprezzare anche la seconda parte del messaggio che Draghi ha voluto lanciare ieri, e cioè che, se la crescita va bene, l’andamento dell’inflazione non lo soddisfa ancora e pertanto tutto il board della BCE ritiene appropriato il mantenimento di una politica molto accomodante. Con queste parole viene dato il benservito a chi si attendeva che, già dopo il primo turno elettorale francese, le voci ostili a Draghi di lingua tedesca avrebbero battuto i pugni sul tavolo della riunione e preteso inasprimenti nella politica monetaria della Banca Centrale Europea.

L’America in qualche modo sta seguendo l’andamento dell’Europa, e questa è una novità, perché solitamente avviene il contrario. Se nei primi giorni della settimana anche gli indici americani sono stati contagiati dall’euforia europea e si sono riportati rapidamente in area massimi storici (Dow Jones e SP500) o addirittura ben oltre (Nasdaq100), negli ultimi due giorni solo il Nadaq100 ha proseguito imperterrito la sua arrampicata verso il cielo, e ieri ha portato a 4 le sedute consecutive in cui viene realizzato il record storico. Hanno influito, ovviamente, le due ottime trimestrali di Amazon e di Alphabet (il nome borsistico di Google), che hanno frantumato le attese degli analisti con utili e ricavi in forte accelerazione, grazie al contributo crescente del cloud. Il contributo positivo all’indice tecnologico di questi due colossi ha più che compensato il mezzo passo falso di altre due vecchie glorie del Nasdaq, Microsoft e Intel, che hanno battuto le attese sui profitti, ma non quelle sui ricavi.

La old economy americana, rappresentata dagli indici Dow Jones e SP500, ha invece segnato un po’ il passo anche ieri, sulla scia delle correzioni europee, e, dopo una partenza positiva, ha oscillato intorno alla parità per chiudere il terzo giorno consecutivo sostanzialmente sui medesimi livelli, a poca distanza dai massimi storici del primo marzo, ma sotto.

Noto che, rispetto ai primi mesi che hanno seguito la vittoria elettorale di The Donald, ora gli annunci non bastano più a stimolare l’entusiasmo. La reiterazione delle promesse riesce a malapena a mantenere a galla gli indici. Per salire ancora occorrono fatti concreti e soprattutto occorre vedere che i piani ambiziosi di Trump riescono a trovare una maggioranza disposta ad approvarli in Congresso. In mancanza restano aria fritta. E l’aria fritta può forse illudere per un po’, ma non certo riempire per molto tempo la pancia affamata della speculazione.

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