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La reazione che non ti aspetti
27/04/2017 08:39

Dopo l’euforia, esplosa lunedì in Europa grazie alla vittoria elettorale dell’europeista Macron in Francia, che ridimensiona a pura possibilità statistica di bassa caratura la vittoria di Le Pen al ballottaggio del prossimo 7 maggio e, ridimensionando le ambizioni del sovranismo stabilizza almeno per qualche mese  la situazione politica in Eurozona, i mercati europei debbono ora digerire le inevitabili prese di profitto stimolate dai grossi gap rialzisti aperti lunedì sui grafici dei principali indici e dei maggiori titoli azionari quotati.

Già ieri in Europa ha spirato per quasi tutta la giornata un vento di realizzi, che ha colpito soprattutto i settori che si erano avvantaggiati più di tutti dell’euforia elettorale, come quello bancario.

Poi, sul finale di seduta, è ricomparso un timido segno positivo su quasi tutti gli indici europei, e questo per merito dei rumors che provenivano dagli USA e che hanno sostenuto una partenza positiva dei mercati americani, lanciati verso i massimi storici dall’attesa per la presentazione del cosiddetto “bazooka fiscale” di Trump, prima che si esauriscano a fine settimana i primi 100 giorni della sua amministrazione.

L’attesa ha spinto il Dow Jones a soli 100 punti dal massimo storico, SP500 a soli 2 punti, mentre il tecnologico Nasdaq100, l’indice USA più tonico del momento, che il massimo storico lo aveva già battuto lunedì e martedì, anche ieri ha salito un altro scalino verso il cielo.

Poi, finalmente, il Segretario al Tesoro Mnuchin, ex Goldman Sachs, ha confermato la presentazione della proposta del Presidente, alzando il velo su alcuni particolari chiave.

Taglio alle tasse sulle persone, mediante esenzione sui primi 24.000 dollari, e poi riduzione da 7 a 3 aliquote, di cui quella massima verrebbe abbassata di quasi 5 punti al 35%. Oltre al regalo ai ricchi, nella classica tradizione repubblicana, si vorrebbe anche abbattuta dal 35% al 15% l’aliquota sui profitti aziendali, per regalare risorse anche alle imprese, nella speranza che le investano per creare posti di lavoro. Ma non basta. Trump avrebbe l’intenzione di lanciare una sorta di scudo fiscale a vantaggio delle imprese americane che hanno fatto utili all’estero ed accettano di rimpatriarli, pagando solo un’aliquota del 10%. Mnuchin ha farcito i suoi annunci con la stima che l’approvazione di questo piano porterebbe il PIL USA a crescere stabilmente al ritmo del 3%. Meno del 4% promesso da Trump in campagna elettorale, ma pur sempre il doppio rispetto al +1,6% attuato nel 2016, ultimo anno dell’era obamiana.

Che cosa debbono fare i mercati di fronte a simili regali, che sostanzialmente confermano le promesse della campagna elettorale?

Ebbene, ieri hanno avuto la classica reazione che manda in bestia quelli che pretendono che i mercati seguano i fatti anziché precederli. Dopo l’annuncio sono scattate prese di beneficio che hanno riportato gli indici a zero o in lieve ribasso rispetto al giorno precedente, abbozzando, proprio nei pressi dei massimi storici, una classica figura di inversione (inverted hammer) che se oggi venisse confermata da un nuovo calo, metterebbe una pesante ipoteca correttiva sull’immediato futuro degli indici USA.

Perché una reazione opposta all’euforia che ha accompagnato l’attesa del provvedimento? Un po’ per il classico schema che spesso seguono i mercati: buy on rumor, sell on news. Quando le notizie confermano le attese, se i mercati sono saliti scontando l’aspettativa, poi prendono beneficio. Mnuchin ha confermato un piano che era già stato sbandierato ai quattro venti innumerevoli volte in campagna elettorale, per cui non entra altro whisky nel bicchiere già colmo in mano ai mercati.

Allora questi voltano pagina e cominciano a guardare avanti, alle possibilità che questo piano ha di diventare realtà ed agli effetti che avrebbe se venisse approvato. Dei possibili effetti del bazooka fiscale su bilancio, crescita ed inflazione per ora non parlo. Avrò occasione di farlo con un prossimo intervento dedicato a questo.

Per ora basta considerare un primo dato chiave, che precede gli effetti. E’ il fatto che in materia di tasse e di bilancio pubblico, il Presidente degli USA ha solo il potere di proporre. E’ il Congresso che deve approvare qualsiasi riforma.

Ebbene, un Congresso che non è stato ancora capace di approvare lo smantellamento dell’Obamacare, a cui la totalità dei repubblicani era ostile, quali possibilità ha di approvare un piano fiscale così rivoluzionario? Ovviamente non piace ai democratici, anche perché favorisce ancora, spudoratamente, i più ricchi. Ma suscita perplessità od ostilità anche in buona parte dei repubblicani. Il Tea Party, la corrente che basterebbe a bloccare tutto, da sempre ha il suo cavallo di battaglia nella riduzione del ruolo dello Stato e nel pareggio di bilancio. Questa riforma costerebbe un’enormità alle casse pubbliche e farebbe esplodere deficit e debito. Senza cospicue contropartite in termini di tagli alle spese, che non ci sono, perché tra le promesse di Trump c’è anche il drastico aumento della spese militari ed il piano di investimenti da 1.000 miliardi di dollari per l’ammodernamento delle infrastrutture, vedo Trump in grave pericolo di attacchi di bile nella dura partita col congresso.

Ecco perché la speculazione ha cavalcato l’attesa per poi cominciare ad incassare. Vediamo che cosa sucederà oggi. Ma per ora la reazione è stata proprio quella che non ti aspetti…

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