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L'elefante USA nella cristalleria siriana
07/04/2017 08:40

I mercati hanno iniziato la seduta di ieri impressionati dal forte scossone alla loro fiducia fornito nell’ultima parte della seduta di mercoledì dai verbali della FED, che hanno evidenziato una certa aggressività di molti membri, disponibili a iniziare la graduale dismissione dei titoli obbligazionari accumulati dalla Banca Centrale americana durante il lungo periodo di allagamento monetario durato dal 2008 al 2014. Pertanto le borse europee hanno iniziato male la seduta, dovendo acquisire, come avevano già fatto le borse asiatiche, il calo che a Wall Street si è verificato il giorno prima, quando i mercati europei erano già chiusi.

Ma la negatività della prima parte della mattinata è stata presto assorbita. Il merito va in parte all’inerzia positiva che gli indici europei hanno accumulato negli ultimi mesi, che li ha resi più forti di quelli americani ed ha evitato quella correzione che in marzo si è vista in USA e non è ancora stata assorbita. Ma in misura forse più larga va alle parole di Draghi che, in un discorso a Francoforte, ha usato toni molto accomodanti verso i mercati, opposti a quelli emersi sui verbali della FED. Oltre ad auto-complimentarsi per il rialzo dell’inflazione che si è visto a febbraio, che ha attribuito in buona parte proprio alle politiche accomodanti seguite dalla BCE, ha rimarcato che il rallentamento delle pressioni inflazionistiche emerso a marzo conferma l’esattezza della linea prudente da lui sponsorizzata. Ha ribadito perciò che non ci sono motivi per cambiare le scelte fatte, affrettando la fine del QE, proprio perché l’inflazione non si è ancora stabilizzata nei pressi del 2% annuo e permangono rischi che continui a scendere anche dopo marzo. Queste parole accentuano la divergenza tra le prospettive future della politica monetaria americana ed europea.

I mercati l’hanno registrata andando a premiare un po’ il dollaro rispetto all’Euro, ma soprattutto facendo rimbalzare l’azionario, che è tornato non solo in positivo, ma sui massimi del giorno precedente, approfittando poi, nel pomeriggio, anche dell’apertura cautamente positiva dei mercati USA. L’indice meno tonico, per una volta, è stato il Dax tedesco, penalizzato dalla pesantezza che in questi giorni attanaglia il settore auto, molto presente su quell’indice.

Le borse USA hanno poi proseguito in positivo la seduta, ma senza grande entusiasmo, per chiudere in modesto rialzo. Si può comunque considerare già un buon risultato, per i rialzisti, il fatto che il segnale di continuazione della correzione in corso dai primi di marzo, che la giornata di mercoledì ha fatto emergere, non sia stato ulteriormente rafforzato dalla seduta di ieri.

Il fatto che l’Europa abbia recuperato tutto quanto perso il giorno prima e gli indici USA solo una parte, da un lato conferma che oggi al rialzo è meglio starci in Europa che in USA. Ma dall’altro lascia immutate le prospettive future, occupate dalle perplessità che gli investitori americani cominciano ad avere sulle promesse di Trump, alle quali ieri il Presidente della Camera USA Ryan ieri ha fatto un bello sgambetto, dichiarando che l’eliminazione dell’Obamacare richiederà mesi di preparazione. E, dato che i tagli fiscali dovrebbero arrivare dopo l’abbattimento dei costi per il sistema sanitario voluto da Obama, ed andrebbero finanziati in parte proprio con quei risparmi, ecco che anche la “fenomenale” riforma del fisco si allontana alle calende greche, sempre che nel frattempo altri guai da risolvere non le passino davanti nella lista delle priorità.

A questo garbuglio di indicazioni contrastanti, oggi si aggiungerà il dato sulla creazione di posti di lavoro in USA nel mese di marzo. E’ un dato sempre molto seguito ed in grado di incidere sull’umore dei mercati e pertanto sulla chiusura di settimana.

Ma nella notte anche un altro evento si è imposto sulla scena e, proprio perché inatteso, almeno nella sua rapidità, potrebbe creare qualche fuggi fuggi di investitori. L’attacco missilistico effettuato da navi USA alla base dalla quale sarebbero partiti gli aerei siriani che martedì hanno sganciato le bombe al Sarin sui bambini e civili inermi. E’ la punizione di Trump ad Assad, eseguita proprio mentre era alla cena di gala con il leader cinese Xi nel vertice che si tiene nel resort di lusso di Trump, in Florida.

E’ il contorno rude con cui Trump vuole avvolgere le discussioni con i cinesi sul commercio mondiale e sul problema della Corea del Nord, dove c’è un dittatore peggiore di Assad. Il suo schema mentale da cowboy in pantofole non conosce nulla di più efficace che far vedere ai cinesi che gli americani le armi le sanno ancora usare, anche se la presidenza Obama aveva tenuto per troppo tempo lontano il dito dal grilletto. E allora si sbrighino a mettere in riga Kim Jong Un, prima che lo facciano le navi da guerra americane.

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