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Alla ricerca del Bandolo della Matassa
03/04/2017 08:36

Proviamo a mettere in fila i principali eventi della settimana che ha concluso il mese di marzo e poi cerchiamo di individuare il bandolo della matassa che i mercati si trovano impegnati, con fatica, a districare.

Dal fronte politico in USA abbiamo assistito alla dichiarazione da parte di Trump di una clamorosa guerra commerciale degli Stati Uniti contro il resto del mondo con l’intento di ridurre il forte deficit commerciale che ammonta a oltre 500 miliardi di dollari. Ha iniziato con l’apposizione di dazi fino al 100% su una lista di 90 prodotti europei ed ha proseguito con due altri ordini esecutivi: il primo che dispone un’accurata analisi di tutte le componenti del deficit per applicare ritorsioni dove ravvisi atti sleali da parte degli altri paesi (compresa la manipolazione del cambio, cosa molto difficile da verificare, dato che gli stessi USA negli ultimi anni hanno ripetutamente attuato pratiche per svalutare il dollaro); il secondo che accelera le procedure di applicazione di dazi.

Il principale obiettivo di questa guerra è la Cina, ma intanto ha cominciato con l’Europa, che a parole doveva essere considerato un alleato. Non è un buon viatico per il vertice USA-Cina che si svolgerà nella reggia di villeggiatura di Trump in Florida. E, ovviamente, non è un buon viatico per la crescita globale che, sebbene il FMI abbia forse un po’ troppo in fretta rivisto al rialzo per questo ed i prossimi due anni, rischia di essere duramente colpita dal vortice di rappresaglie protezionistiche incrociate che potrebbero piovere in seguito alle bordate di Trump con i suoi dazi americani.

Tutto ciò conferma nuovamente la assai maggior propensione di Trump al protezionismo che ad onorare le promesse elettorali pro-business sul fronte dei tagli fiscali e degli investimenti per le infrastrutture.

Il continente americano ha poi vissuto una settimana di terremoti politici con due colpi di Stato in Venezuela e Paraguay, che sui mercati impattano solo a danno di chi si è ostinato a comprare obbligazioni ad alto rendimento emesse dal Venezuela (ce n’è abbastanza in Italia, patria degli speculatori da strapazzo) ed ora si trova con le quotazioni sotto i tacchi.

In Europa invece, con l’approssimarsi della data elettorale francese, si stemperano le paure dei mercati per la possibile vittoria di Marine Le Pen, che sta trovando in Macron un avversario in grande crescita di consensi ed in grado di superarla abbastanza agevolmente al ballottaggio, a meno di sorprese clamorose.

Sul fronte economico è stata la settimana dell’inflazione. Qui, a sorpresa, si nota che in USA le misurazioni di marzo hanno confermato le aspettative e vedono la crescita dei prezzi al consumo resistente sui valori target della Federal Reserve (+2% annuo). In Europa invece c’è stato un rallentamento marcato, che ha pareggiato il conto con l’accelerazione imprevista di febbraio ed ha riportato la crescita dei prezzi su velocità meno spiccate e ben sotto il +2%, che è anche il target della BCE. Da questi dati i membri FED, che hanno parlato in settimana, hanno generalmente tratto indicazioni per prevedere una continuazione della fase di rialzo dei tassi un po’ più ardita di quanto il mercato finora scontasse (3-4 rialzi vedono i membri FED, 2 soltanto i futures obbligazionari).

In Europa invece Draghi brilla come buon profeta, avendo ripetutamente avvisato che l’inflazione avrebbe rallentato dopo la fiammata di febbraio, dovuta solo al petrolio ed al gelo che ha colpito la produzione ortofrutticola. I mercati si sono perciò trovati nella necessità di attutire le loro aspettative di fine anticipata del QE o addirittura di rialzo dei tassi anche da parte della BCE.

Abbiamo poi visto esprimersi la fiducia dei consumatori e delle imprese, che in USA e Cina hanno mostrato molto ottimismo per il futuro dell’economia, anche se, occorre dirlo, le misurazioni sulla fiducia hanno preceduto la notizia bomba dello scoppio della guerra commerciale USA-Resto del Mondo. Sarà interessante verificare, tra 3 settimane, se la fiducia rimarrà alle stelle oppure se subirà anch’essa un ruzzolone.

L’insieme di queste novità hanno prodotto un ulteriore sfasamento tra il comportamento delle borse USA e quelle europee. In USA le notizie hanno impedito sull’azionario la fine della correzione in atto da inizio marzo. Se nella parte iniziale della settimana gli indici USA hanno tentato il rimbalzo fino alla trendline discendente che unisce i due massimi discendenti di marzo, il finale di settimana è stato incapace di superare l’ostacolo, andando, per ora, a confermare il trend ribassista di breve in corso. Se anche oggi vedremo scendere i mercati e la chiusura odierna dell’indice SP500 dovesse situarsi sotto 2.358, si farebbe abbastanza probabile l’estensione del calo magari anche oltre il supporto di 2.322.

Il mercato obbligazionario invece ha mantenuto i rendimenti sui livelli intorno al 2,40%, mostrando che i flussi di provenienza dai disinvestimenti azionari vengono compensati da aspettative di innalzamento dei tassi da parte della FED, che spingono altri investitori a vendere bond.

In Europa invece l’allentamento delle tensioni inflazionistiche e di quelle politiche in Francia ha fatto bene al mercato obbligazionario, che da giorni sta diminuendo i rendimenti, soprattutto sulle più solide emissioni tedesche, oltre che , ovviamente, su quelle francesi. C’è maggior incertezza sui bond periferici, come il nostro BTP, che dopo la discesa dei rendimenti di circa 25 punti base attuata nella seconda metà di marzo, sembra stabilizzarsi intorno al 2,15%, mentre lo spread col Bund negli ultimi giorni sembra mostrare voglia di risalire.

L’azionario europeo invece ha approfittato del rilassamento delle tensioni per mettere a segno una settimana tutta al rialzo. Eurostoxx50, l’indice che rappresenta le blue chip dell’Eurozona, ha realizzato 5 candele bianche consecutive e ben 4 chiusure di giornata sui massimi di seduta, portandosi a soli 23 punti dalla resistenza di 3.524 (massimi di novembre 2015) ed a lambire il bordo superiore del canale rialzista di medio-lungo periodo che ne accompagna il recupero a partire dal luglio dello scorso anno. La cosa clamorosa è proprio il fatto che l’Europa sembra in questa fase fare indifferenti spallucce alle difficoltà americane e, mentre in USA c’è correzione, in Europa si raggiungono addirittura eccessi rialzisti.

E’ una situazione così anomala che viene naturale ritenere “contro natura” e profetizzare un riallineamento delle tendenze in questa settimana, magari proprio al raggiungimento da parte di Eurostoxx50 della doppia resistenza indicata.

Gli scenari di rilassamento dei rendimenti europei e di tenuta di quelli americani ha favorito una certa riscossa del dollaro, che in settimana ha messo a segno un rimbalzo contro tutte le valute, ben rappresentato dal Dollar Index, che è riuscito a riguadagnare i 100 punti abbandonati la settimana precedente ed a ricacciare l’euro sotto quota 1,07. Anche il petrolio, dopo la forte discesa di marzo, ha chiuso il mese in parziale recupero e soprattutto di nuovo la di sopra dei 50 dollari al barile.

Alla settimana entrante poniamo alcuni interrogativi.

Continuerà la fiducia cieca nell’avventurismo di Trump e nelle sue politiche da apprendista stregone?

L’Europa, che ha ormai colmato la sottovalutazione rispetto alle borse USA, continuerà euforicamente ad arrampicarsi incurante di quel che succede in USA e nel resto del mondo?

Continuerà ad allargarsi lo spread tra i rendimenti del Treasury americano e quelli dell’obbligazionario europeo e, di conseguenza, la forza del dollaro riporterà il cambio EUR/USD verso l’area 1,05?

Ai mercati l’ardua sentenza.

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