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In Europa si avvera la profezia di Draghi sull'inflazione?
31/03/2017 08:35

Ancora una giornata di moderato recupero ha caratterizzato ieri i mercati azionari occidentali. Wall Street con i suoi indici più tradizionali (Dow Jones e SP500), dopo l’impulso correttivo mostrato la scorsa settimana, ha esteso il rimbalzo con un altro passettino positivo, anche se di entità abbastanza modesta, intorno al +0,3%, mentre il tecnologico Nasdaq100 è riuscito addirittura a migliorare i suoi massimi storici ed archiviare la correzione, ripristinando così il trend rialzista. La volitiva performance americana ha trascinato in positivo anche gli indici europei, che per larga parte della seduta hanno sonnecchiato in lieve calo, come succede da qualche giorno con una certa frequenza. Anche in Europa, comunque, i rialzi finali sono modesti, generalmente inferiori al mezzo punto percentuale. Però in Europa i trend di breve termine sono al rialzo, mentre in USA, almeno sugli indici “old economy” SP500 e Dow Jones, la correzione è ancora viva e vegeta.

La mattinata di ieri, sui mercati europei, è stata disturbata dal dato flash dei prezzi al consumo di marzo per Germania e Spagna, che precede il dato analogo relativo all’Italia e all’intera Eurozona, che verrà diramato stamattina. L’indice che misura l’inflazione tedesca ha significativamente rallentato la sua corsa, tornando in marzo ad un tasso di incremento annuale dei prezzi del 1,6%, assai meno del ritmo del 2,2% rilevato a febbraio e delle previsioni degli analisti, che si attendevano una frenata a 1,9%. La Spagna dal 3% di febbraio rallenta al 2,3%, anch’essa oltre le attese.

Se i prezzi del petrolio, che aveva raggiunto l’area dei 55 dollari, avevano sostenuto la crescita del tasso di inflazione europeo nei primi due mesi dell’anno, a marzo il calo delle quotazioni dell’oro nero ha contribuito al ridimensionamento degli indici dei prezzi al consumo. A questo punto è probabile che oggi anche il dato relativo all’Eurozona sia inferiore alle attese degli analisti e che l’assedio a Draghi, tirato per la giacchetta da tutte le parti (me compreso, per quel nulla che conto) affinché interrompa la politica monetaria accomodante prima che l’inflazione gli scappi di mano, si farà sicuramente meno pressante. Anzi, diventa profetica la sua insistenza nel ritenere transitoria la fiammata inflazionistica ed assai più motivata la sua cautela prima di rimuovere le misure accomodanti.

L’affievolimento delle spinte inflazionistiche giustifica il vigore delle quotazioni obbligazionarie, che da qualche giorno stanno recuperando terreno, abbassando i rendimenti, sia sul Bund che sulle obbligazioni emesse da stati meno virtuosi. Ma, proprio perché allontana un po’ la fine del lassismo monetario, penalizza l’Euro. Infatti la moneta unica europea, che solo lunedì voleva spingersi ben oltre 1,09 contro il dollaro, ieri è arretrata con decisione fino a 1,068, falsificando la rottura rialzista della resistenza di 1,08.

Anche il petrolio ha mostrato di voler proseguire al rialzo e, dopo una mattinata incerta, ha nuovamente generato un impulso rialzista in grado di fargli rimettere il naso sopra i 50 dollari al barile.

Oggi i mercati azionari debbono decidere se pigiare l’acceleratore per trasformare la lenta risalita in un impulso un po’ più significativo, oppure accontentarsi di vivacchiare in laterale.

Come ho ricordato prima, in USA la situazione degli indici “old economy” è ancora ribassista, dato che su SP500 e sul Dow Jones si contano i classici due massimi e due minimi discendenti. Il recupero in atto dall’ultimo minimo realizzato (2.322 per SP500 e 20.412 per Dow Jones), per invertire la tendenza ribassista di breve periodo ed ipotizzare la fine della correzione, deve riuscire almeno a superare l’ultimo massimo discendente, che ieri non è stato ancora nemmeno avvicinato, dato che si pone a 2.390 per l’indice SP500 e a 21.000 punti esatti per Dow Jones.

Ma per arrivare lì occorrerà violare prima la trendline ribassista che unisce i massimi discendenti, che oggi passa da 2.378 per l’indice SP500 e da 20.865 per Dow Jones. Sono livelli che certamente faranno da resistenza al recupero del mercato.

Occorrerebbero provvedimenti o annunci da parte di Trump un po’ diversi da quelli fatti ieri, con la presentazione di una lista di possibili prodotti europei su cui pare abbia l’intenzione di mettere dazi del 100%, come ritorsione al divieto europeo di importare la carne di manzo americano gonfiato con gli estrogeni. Le guerre commerciali servono a galvanizzare le truppe dei fanatici sostenitori dell’America First, ma non certo a favorire il commercio ed il business. Ma Trump se ne frega.

Constatiamo ancora una volta la sua tendenza ad applicare con sollecitudine le parti del suo programma più protezionistiche e contrarie alla crescita, mentre sui provvedimenti di rilancio (piano infrastrutture e tagli fiscali) prende tempo.

E’ una prospettiva che mette a dura prova la pazienza degli investitori, che per ora non gli hanno ancora girato le spalle, anche se qualche presa di beneficio si è vista con questa correzione ancora in atto, ma che non possono ancora aspettare molto prima di vedere qualche misura pro-business.

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