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Il mercato crede piu' a Yellen che a Draghi
20/03/2017 08:43

I mercati iniziano oggi la penultima settimana operativa di Marzo dopo aver archiviato senza particolari emozioni la giornata delle 4 streghe, come viene chiamata quella in cui scadono in contemporanea i contratti future e le opzioni di marzo su indici ed azioni. E’ una giornata in cui spiccano i volumi e spesso avvengono movimenti rilevanti. Ma non questa volta. Anzi. La seduta di venerdì è stata abbastanza noiosa e caratterizzata da scarsa volatilità, da entrambe le sponde dell’Atlantico.

Quella appena passata è stata una settimana abbastanza strana, caratterizzata dai primi due giorni di attesa e da uno spunto rialzista nella parte centrale (mercoledì e giovedì). Venerdì è tornata la calma. La reazione rialzista di mercoledì e giovedì è stata motivata dagli esiti della riunione mensile della FED ed ha mostrato quanto diversa sia per i mercati la credibilità della FED rispetto a quella della BCE. La settimana precedente i mercati avevano reagito al solito discorsetto accomodante di Draghi mostrando di non crederci troppo. La reazione fu di sostanziale rafforzamento dell’euro e di scarsa adesione dell’azionario europeo alle parole benigne di Draghi. La Yellen invece, mercoledì, ha alzato i tassi, ma ha condito anch’essa l’annuncio con parole rassicuranti, sia sulle condizioni dell’economia USA che sulla volontà della FED di non accelerare più di tanto il processo di normalizzazione dei tassi verso l’obiettivo del 3%. Un discorso, fatte le dovute proporzioni, di tenore non troppo diverso da quello che fece Draghi solo pochi giorni prima. Ovviamente la differenza di contenuti è notevole: la FED ha iniziato da tempo un percorso verso la normalizzazione, mentre la BCE è ancora nel pieno della manovra espansiva e dovrebbe proseguirla fino a fine anno. La Fed ha già dimostrato di aver cambiato politica, mentre la BCE no. Ma il messaggio rassicurante, teso a tranquillizzare i mercati, non è stato poi tanto diverso da quello di Draghi.

I mercati temevano che il cambiamento di clima e di aspettative sulla crescita futura e soprattutto sull’inflazione,  che l’arrivo di Trump ha violentemente imposto con le sue sparate elettorali, avrebbero irrigidito sia la FED che la BCE. La seconda in modo particolare, poiché si è fatto veramente insostenibile il carico sulle spalle del risparmiatore tedesco, che di fatto sopporta rendimenti reali negativi di quasi due punti l’anno sul Bund decennale, dato che l’inflazione in Germania già oggi è al di sopra dell’obiettivo del 2% voluto dalla BCE, mentre il QE schiaccia i rendimenti del Bund ancora troppo vicino allo zero.

L’ennesima professione di fede di Draghi  nella politica monetaria espansiva è stata perciò quasi completamente ignorata dai mercati, che hanno mostrato di non credere più a Supermario e si attendono che i tedeschi gli impongano prima o poi (forse più prima che poi) una virata anticipata. Pertanto le parole di Draghi non hanno sortito alcun effetto galvanizzante né per i mercati azionari, né per quelli obbligazionari. E’ stato piuttosto l’euro a beneficiarne, risollevandosi dai supporti.

Invece, le parole della Yellen sono state molto ben accolte dai mercati, quasi con sollievo. La conferma del piano già presentato a dicembre è stato una piacevole sorpresa per i rialzisti, che hanno potuto festeggiare con vigore nel finale di seduta di mercoledì (quelli americani) o giovedì (il resto del mondo), mentre il dollaro si è indebolito.

Ad approfittare dell’assist di Yellen sono stati soprattutto il settore tecnologico, che ha permesso al Nasdaq100 di ritoccare il suo massimo storico, gli indici dei paesi emergenti, che dal dollaro debole traggono ossigeno per il loro debito, e gli indici europei, che hanno ritoccato i massimi dell’anno. Tra essi particolare vigore è stato mostrato dagli “emergenti” europei, Spagna ed Italia, dove l’azionario, trascinato dal cospicuo peso dei bancari, ha fornito importanti segnali rialzisti. Il nostro Ftse-Mib ha superato ampiamente quota 20.000 per la prima volta nell’anno e si candida a raggiungere l’obiettivo dei 21.000 punti. Certo, gli eccessi sui mercati azionari continuano ad essere molti e la dichiarazione ufficiale al termine del G20, dove è stato eliminato il tradizionale invito ad evitare misure protezionistiche, rivela tutta la divisione esistente tra il duo Europa e Cina, da un lato, favorevoli all’apertura dei commerci, e gli USA dall’altro, che vogliono imporre limitazioni protezionistiche. In teoria questa diatriba non è affatto favorevole alla crescita mondiale, anche se Lagarde, a nome del FMUI, si è dichiarata ottimista. Ma sappiamo che il FMI non brilla certo di tempismo, ed è solito vedere i problemi quando sono risolti e rassicurare quando bisognerebbe cominciare a preoccuparsi.

Ma l’umore dei mercati è buono. Non basterà certo una minaccia protezionistica a neutralizzare l’euforia speculativa di mercati lanciati al seguito dei sogni di Trump.

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