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Tanta confusione, nessuna direzione
14/03/2017 08:39

Sono alcuni giorni che Trump diserta la ribalta delle dichiarazioni pepate, per dedicarsi a studiare la situazione geopolitica e mettere a punto un nuovo interventismo militare americano. Si sta occupando di Siria, dove ha mandato un manipolo di marines per partecipare alla sfilata finale che accompagnerà la liberazione di Mosul e di Raqqa dall’ISIS. E soprattutto di Corea, dove ha trovato un personaggio più stravagante di lui, il dittatore Kim Jong-un, che sta continuando imperterrito gli esperimenti nucleari per realizzare missili in grado di colpire il Giappone e la Corea del Sud, e magari arrivare anche sulle spiagge di Los Angeles. E’ comprensibile che le questioni economiche stiano passando in secondo piano. Neppure Draghi è riuscito a dare ai mercati quella sferzata di entusiasmo che in altre occasioni aveva fornito la sua proverbiale amicizia. I dati macroeconomici forniscono l’immagine di un’economia americana robusta, come testimoniano i 235.000 posti di lavoro creati in febbraio, contro i 196.000 attesi, ma anche qui occorre ripulire il dato dagli effetti del meteo, che ha regalato un febbraio insolitamente mite e consentito molte assunzioni anomale nell’edilizia.

Aggiungiamo poi l’attesa per il rialzo dei tassi americani, che la FED ha annunciato in tutti i modi non espliciti che aveva a sua disposizione, che dovrebbe arrivare ufficialmente domani sera, e la sensazione che tutta questa ripresa promessa da Trump non sarà poi così facile da vedere. Otteniamo un cocktail in grado di giustificare lo stallo in cui i mercati sembrano incastrati ormai dall’inizio di marzo, dopo la vampata realizzata il giorno dopo il discorso “pacifista” di Trump davanti al Congresso.

Dow Jones e SP500 passano il tempo in laterale, né lontani, né vicini ai massimi assoluti del 1 marzo. Solo il Nasdaq100 sembra dare l’impressione di poterli rinnovare, essendosi mantenuto anche ieri a stretto contatto con quel livello psicologico di 5.400 punti sfiorato il 1 marzo.

In Europa il Dax tedesco è in una situazione di lateralità simile agli indici americani della old economy, mentre Eurostoxx50 e, nel suo piccolo, anche il nostro Ftse-Mib hanno le sembianze più simili al Nasdaq100, e premono sui massimi di periodo, senza però riuscire al momento a violarli.

Oltre l’attesa della stretta FED, non aiuta certo il momento no dei prezzi delle materie prime, che hanno perso per strada tutta la baldanza speculativa che nei mesi scorsi aveva portato molti investitori a posizionarsi in acquisto nella speranza che le promesse di Trump di accelerazione della crescita avrebbero fatto salire proprio la domanda di commodity.

Il protrarsi dell’attesa ha spinto negli ultimi giorni parecchi ad uscire dal business, col risultato che il rame, che per molti è il miglior termometro delle attese di crescita, ha negato il segnale rialzista dato nella prima parte di febbraio. Il petrolio, anch’esso dotato di correlazione diretta con le aspettative di aumento della produzione mondiale, che oltretutto doveva fregiarsi degli accordi OPEC di riduzione delle estrazioni proprio per rianimare i prezzi e riportarli intorno ai 60 dollari al barile, ha clamorosamente mancato l’obiettivo e, dopo aver cincischiato per mesi in un trading range laterale compreso tra i 50 e 55 dollari, la scorsa settimana, dopo aver constatato che le riserve americane continuano a salire, ha preso la via del ribasso, rompendo quota 50 ed atterrando, per ora, in area 48 dollari.

Insomma. La situazione appare magmatica ed aperta ad ogni esito. I mercati non hanno perso le speranze rialziste, ed attendono qualche nuovo segnale da Trump, o almeno il rinnovo delle sue promesse, per sostenere la domanda speculativa.

Ma cominciano a faticare a reggere il peso delle prese di profitto, che tornano a farsi più insistenti.

Completa il quadro un’altra serie di elementi di confusione politica che riguardano l’Europa, alle prese con un appuntamento, a Roma, il 25 di questo mese, che doveva essere l’occasione per inaugurare una nuova politica della doppia velocità, ma che rischia di essere la celebrazione della divisione politica tra il nucleo occidentale ed i paesi dell’est, che presenteranno una proposta alternativa a quella di Francia, Germania, Spagna ed Italia. Intanto in Gran Bretagna non è che le cose si stiano semplificando, poiché al procedere della concretizzazione della Brexit, si accompagna la nuova battaglia diplomatica della Scozia, che ha deciso un nuovo referendum per uscire dalla Gran Bretagna e rimanere nella UE.

E, last but not least, a complicare le cose c’è anche il voto olandese che domani potrebbe portare al Governo il partito xenofobo ed ultra-nazionalista di Geert Wilders, che ha promesso, in caso di vittoria, che una nuova sigla accompagnerà gli incubi europei: la “Nexit”, cioè l’uscita dell’Olanda dall’Unione Europea. 

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