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I regali di Draghi non sono piu' quelli di una volta
10/03/2017 08:35

La tranquilla incertezza dei mercati azionari europei, che questa settimana hanno dormito in assenza di qualsiasi spunto direzionale e di volatilità intraday, ieri ha avuto il previsto sussulto nel corso della Conferenza Stampa di Draghi, al termine della riunione mensile del Direttorio BCE, quando ha letto e commentato con i giornalisti il Comunicato Ufficiale.

Il tenore delle parole scritte e di quelle verbali che sono uscite dalla BCE ha rispecchiato sostanzialmente le mie previsioni, riportate ieri. Qualche timido accenno a condizioni economiche mutate rispetto alle riunioni passate, ma nulla più. E’ stato concesso che la guerra alla deflazione è finita (ci mancherebbe che avessero avuto il coraggio di ripetere il solito mantra sul rischio deflazione),  però ostinatamente è rimasta la dichiarazione che ”i tassi rimarranno all’attuale livello o più bassi (!) per un prolungato periodo di tempo”. Per cui la politica monetaria adottata rimane ostinatamente immutata, con gli acquisiti di bond che saranno ridotti dal prossimo aprile a 60 miliardi e così proseguiranno fino a fine anno, come stabilito nella riunione di dicembre 2016. La cosa più clamorosa, a mio giudizio, è stata l’ostinazione nel non vedere rischi di inflazione. Draghi ha nuovamente sottolineato che l’impennata dei prezzi di febbraio è limitata a quelli dei prodotti più volatili e non rileva una sensibile crescita di quella strutturale. La BCE prevede che la fiammata si sgonfierà presto, al punto che la previsione dell’inflazione per il 2017 è all’1,7%, quindi in calo rispetto all’attuale ritmo del 2% rilevato a febbraio. E, soprattutto, tale rimarrà, secondo la BCE, anche nel 2018 e 2019. Mi pare una evidentissima sottovalutazione dei rischi di impennata dei prezzi. O, almeno, lo è rispetto a quel che i mercati ora sembrano scontare ed incorporare nei rendimenti.

Questa visione così prudente sull’inflazione sembra fatta apposta per poter proseguire il più possibile la politica dei tassi a zero e di acquisto bond, almeno fino a quando l’evidenza prolungata e contraria dei fatti non gli farà venir meno la maggioranza dei voti all’interno del Direttorio BCE. Pazienza se i tedeschi strillano. Ieri lo ha fatto nuovamente Schaeuble, invano. E pazienza se negli USA la vedono in modo completamente diverso da lui, dato che la FED ha già iniziato a rialzare i tassi  da oltre un anno e, dopo l’arrivo di Trump, pare preoccupata di accelerare la stretta.

Un messaggio così accomodante rappresenta senza dubbio l’ennesimo regalo ai mercati, che in questi anni hanno riconosciuto Draghi come lo zio ricco che ogni mese ti porta un regalo.

Anche ieri, a caldo, gli indici azionari hanno reagito con un rialzo istintivo alle sue parole, mentre i rendimenti già scendevano dal mattino.

Però poi, a mente più fredda, hanno cominciato a scartare il pacco e constatato che questa volta il regalo appare meno appetibile di altre volte e che i successivi regali che porterà potrebbero esser anche meno allettanti. Ed allora i mercati hanno cominciato riflettere sulla visione di Draghi, che appare decisamente estremista rispetto a quel che il buon senso e la prudenza di un banchiere centrale consiglierebbe. Ed hanno cominciato a confrontare i messaggi che arrivano dalla FED, assai più frettolosa di stringere i freni monetari, con quella iper-lassista di Draghi. E si sono chiesti quale margine d’azione abbia ancora Draghi nel suo tentativo di protrarre il più possibile la sua accondiscendenza. La risposta è stata il ritorno delle vendite sui bond, che hanno riportato a crescere i rendimenti nella parte finale della seduta, e sull’azionario. In concomitanza o subito dopo le parole di Draghi i rendimenti dei bond hanno fatto i minimi di seduta e gli indici azionari hanno segnato i massimi. Poi però la parte finale è stata segnata da una rapida retrocessione per l’azionario e da una risalita per i rendimenti. Il nostro BTP decennale dopo Draghi ha recuperato 10 punti base di rendimento, fermandosi al 2,32%. Il Bund tedesco ha recuperato 4 punti base ed è salito a 0,43%.

Gli indici azionari hanno perso gran parte della verve acquisita sulle parole di Draghi e sono andati a chiudere intorno alla parità o solo poco sopra. Tra i migliori è però rimasto il nostro Ftse-Mib, che è riuscito a mantenere una performance positiva di +0,46%, trascinato dai bancari e dagli assicurativi, che si avvantaggiano del rialzo dei rendimenti .

Wall Street, condizionata dalla retromarcia europea, è passata in negativo, ma in chiusura è riuscita a ritrovare la parità in una giornata comunque molto scialba.

Le emozioni sono rinviate ad oggi alle 14,30, quando uscirà l’importante dato relativo alla creazione in USA di posti di lavoro non agricoli in febbraio. Se sarà brillante, come molti segnali anticipatori fanno pensare, la FED eliminerà ogni margine di dubbio alla decisione di alzare i tassi la prossima settimana.

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