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Reaganomics: il regalo vintage di Trump
01/03/2017 08:39

Trump ha parlato al Congresso, e per farlo si è presentato con la bocca assai più pulita del solito, mettendo da parte gli insulti di cui normalmente è prodigo e cercando persino di stimolare all’unità nazionale, ovviamente dietro di lui e le sue politiche, che ha pienamente confermato, anche se dettagli più precisi degli slogan elettorali, specialmente in campo economico, continuano a mancare.

Prima della performance davanti al Congresso ha rilasciato un’intervista a Fox TV, la televisione che gli piace tanto e lo tratta con rispetto, facendo domande addomesticate.

Qui i giornalisti hanno cercato di ottenere qualche dettaglio in più. Alla sua ennesima promessa di abbassare le tasse ed aumentare la spesa pubblica per difesa e piano infrastrutturale, i giornalisti hanno risposto chiedendogli dove prendesse i soldi. Lui ha candidamente affermato che i soldi arriveranno dalla maggior crescita economica, che aumenterà la base imponibile, anche se diminuiranno le aliquote. A parte il fatto che la promessa di crescita futura si è già magicamente ridotta di un punto, al 3% annuo, rispetto al 4% promesso in campagna elettorale, la risposta di Trump è la classica visione reaganiana basata sulla legge di Laffer, una strana teoria che l’economista Arthur Laffer spiegò a Reagan all’inizio della sua campagna elettorale per le presidenziali del 1980. Il lato curioso della vicenda è che la spiegazione fu fatta al ristorante, tracciando la sua famosa curva sul tovagliolo di carta. Almeno, così narra la leggenda.

Essa si basa sulla convinzione che quando la pressione fiscale è troppa, l’incentivo all’evasione riduce il gettito anche se si aumentano le aliquote. Invece, se si abbassano le aliquote si spinge il contribuente a dichiarare di più e si stimola l’economia, riuscendo a compensare la riduzione delle aliquote con un aumento della base imponibile. E’ una variante della più popolare teoria della botte piena e della moglie ubriaca.

Reagan fu entusiasta dall’avere dato una veste teorica ed accademica a questa mera illusione, e su questa teoria (oltre che sulla corsa agli armamenti, altra curiosa analogia con Trump) costruì la Reaganomics, che abbagliò le menti dell’opinione pubblica negli anni ’80.

Il risultato fu l’esplosione del debito americano, con il rapporto Debito/PIL che passò dal 32% all’inizio del suo mandato al 51% dopo gli 8 anni di Reaganomics. In compenso la politica economica reaganiana seminò i germi dell’inflazione, che rialzò prepotentemente la testa negli ultimi anni del suo mandato. Rispetto a Reagan Trump, che vuol ripetere le sue gesta, si ritrova con un sistema fiscale che è tutt’altro che punitivo, specialmente per la categoria di cui fa parte, cioè i miliardari. Inoltre il rapporto Debito/PIL federale non è al 32% come all’epoca di Reagan, ma al 105%. Mi sembrano due dettagli non di poco conto. Andare a ridurre ancora le tasse e allargare la spesa pubblica, se fu discutibile allora, rischia di essere totalmente insostenibile oggi.

Sarebbe assai divertente, se non fosse penoso, constatare che la storia insegnerebbe a non ripetere gli errori del passato, se si avesse un po’ di voglia di studiarla e l’umiltà di imparare.

Ma la parola umiltà non fa parte del suo vocabolario.

I mercati oggi sono chiamati a valutare la performance di Trump. Ieri hanno atteso il suo discorso con qualche lieve presa di beneficio da parte degli indici USA, per la prima volta da parecchi giorni tutti e tre in negativo. Siccome ai mercati i regali fiscali piacciono un sacco e i disastri futuri interessano poco, perché oggi nessuno ha più un’ottica operativa superiore al trimestre, può darsi che la reazione alle confermate promesse di Trump sia positiva.

Stiamo a vedere, senza dimenticare però che non basta il calo frazionale di una seduta per digerire gli eccessi accumulati in un mese di rialzo senza soste.

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