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Investitori preoccupati da Trump e dall'Italia
31/01/2017 07:15

La guerriglia giuridica e politica, che in USA una molteplicità di soggetti sta combattendo contro i diktat di Trump ed in difesa della libertà di circolazione e ingresso nel paese, è riuscita a fermare l’onda travolgente dell’autoritarismo presidenziale e soprattutto ha bloccato per un giorno l’emanazione a getto continuo di ordini esecutivi da parte dell’imperatore pannocchia. Milioni di semplici cittadini americani; Giudici; Governatori di parecchi stati federali; parlamentari del Partito Repubblicano del calibro di John McCain, che in teoria dovrebbero essere allineati con il loro leader; le maggiori imprese globali di Silicon Valley; persino potenti banchieri come Lloyd Blankfein di Goldman Sachs; i leader dei principali stati democratici occidentali ed in ultimo anche l’ONU. Manca solo Putin (sarà un caso?) a questa lunga lista di quanti  si sono opposti all’inaudita chiusura delle frontiere contro chiunque provenga da uno dei sette stati musulmani, bollati come culla del terrorismo, per i quali è scattato il bando presidenziale.

Trump a parole ha ignorato questa insurrezione mai vista prima contro un Presidente appena insediato. Ma l’Amministrazione ha già dovuto fare una parziale retromarcia, escludendo dal divieto almeno i titolari del permesso di residenza permanente (la carta verde).

Intanto anche i mercati finanziari hanno votato, forse per la prima volta, contro le stravaganze del decisionista compulsivo, nel modo che loro usano per esprimersi: una bordata di prese di beneficio, che ha fatto scendere ad inizio seduta gli indici americani in modo significativo, anche se poi, sul finale, una parte delle perdite è stata riassorbita.

Paradossalmente sono stati penalizzati assai di più gli indici europei, tutti in calo, e tra loro il peggiore, se escludiamo quello di Atene, è stato ancora una volta e di gran lunga il nostro Ftse-Mib, su cui si sono riversate vendite cospicue e generalizzate, che ne hanno provocato il maggior calo quotidiano dopo il giorno dello spavento Brexit (-2,95%). E’ stato più che doppio rispetto alla media europea, espressa dall’indice Eurostoxx50.

Nei commenti dei giorni scorsi, a causa dell’attenzione calamitata dalle vicende americane, avevo dedicato forse poco spazio al malessere che sembra attanagliare il nostro mercato azionario, che scende di pari passo con il calo delle quotazioni dei nostri titoli di stato, mentre i rendimenti del BTP decennale, che vanno in direzione opposta alle quotazioni, hanno raggiunto ieri il 2,33% e lo spread BTP-Bund i 188 punti base.

La debolezza delle borse italiane si è accentuata negli ultimi giorni a causa del “combinato disposto”   di due eventi, uno appena accaduto ed un altro imminente, che rendono molto più rischioso che in passato investire sul nostro paese. Quello appena capitato è la sentenza della Corte Costituzionale sull’Italicum, che ha consegnato a Renzi una legge elettorale immediatamente applicabile, ma di dubbia funzionalità ai fini della governabilità. Tutti i sondaggi stanno mostrando che nessun partito è oggi in grado di prendere il premio di maggioranza alla Camera e, pertanto nessuna delle possibili coalizioni oggi immaginabili dopo il voto riuscirebbe a raggiungere i numeri necessari per fare un governo. La stessa situazione che si vide in Grecia nel 2012 e in Spagna nel 2015 e 2016. Renzi, dopo le dimissioni date in seguito alla sconfitta al Referendum, pare colto contemporaneamente dal terrore dell’oblio, in caso di permanenza in panchina per troppo tempo, e da mania di grandezza, che lo sta portando a credere di poter ottenere il 40% dei voti ed il relativo premio di maggioranza, a dispetto dei sondaggi. L’ex boy scout di Firenze, che, nell’ultima apparizione di domenica scorsa all’Assemblea degli amministratori PD a Roma, le tv ci hanno mostrato piuttosto appesantito, forse a causa dei tornei di PlayStation con i figli, pare essere intenzionato a giocare una partita piuttosto azzardata: tentare il tutto per tutto con elezioni entro giugno, da affrontare nominando gran parte della squadra, grazie al favore della Corte, che ha giudicato legittimi i capilista bloccati e nominati dai segretari di partito. O la va o la spacca. Se la va, ritornerebbe in pompa magna a Palazzo Chigi da vincitore legittimato dal voto popolare. Se la spacca, va a ramengo la governabilità ed anche il suo partito, che incasserebbe un’altra sconfitta, ma almeno si toglierebbe dai piedi la minoranza interna che tanti fastidi gli ha dato. Sembra una prospettiva da professionista della politica, assai distante dal Renzi dei tempi migliori.

E’ chiaro che con questo scenario gli investitori internazionali rimettono il rischio Italia nei loro radar, anche perché, nel frattempo, il governo Gentiloni deve trovare 4,3 miliardi entro domani per rispettare la richiesta della Commissione UE ed evitare la procedura di infrazione per eccesso di deficit, che comporterebbe il commissariamento di Padoan e probabilmente un abbassamento del rating.

E’ un difficile percorso ad ostacoli, che nel migliore dei casi significherà aggiungere qualche altra tassa o maggiore entrata, sicuramente non il massimo per affrontare una imminente campagna elettorale. Nel peggiore… lascio a voi immaginare.

L’altro elemento che incide sul mercato italiano è l’interminabile questione bancaria, che presenta un nodo che sta venendo al pettine, l’aumento di capitale di Unicredit, mentre in un’intervista concessa  ieri a Repubblica, la responsabile della vigilanza BCE Danièle Nouy ha dichiarato che per le banche italiane c’è ancora molto da fare.

Intanto però si deve fare l’aumento di capitale Unicredit, che ieri è stato preceduto dalla presentazione dei dati di bilancio, necessari per integrare la nota informativa a corredo dell’operazione. Il 2016 termina con una perdita di quasi 12 miliardi, uno in più di quanto previsto a dicembre, tutto a causa dell’impegnativo piano di risanamento presentato prima di Natale, a cui si aggiungerà una ricapitalizzazione di 13 miliardi per raggiungere gli standard di sicurezza richiesti dalla vigilanza BCE. Domani dovrebbero essere fissate importanti tecnicalità, come i prezzi delle nuove azioni da emettere ed i rapporti di emissione. Siccome lo sconto sul prezzo teorico del titolo, una volta staccato il diritto d’opzione, si dovrebbe aggirare tra il 30 e il 40%, si spiega il forte calo che il titolo ha subito negli ultimi 3 giorni (-5,5% anche ieri), che ha trascinato al ribasso tutto il settore bancario. Ma ieri sono andati male un po’ tutti i titoli del paniere, senza eccezioni. Il nostro Ftse-Mib ha così sfondato al ribasso l’importante supporto di 19.090 punti, rotolando fino a 18.760 e completando una figura ribassista di triplo massimo, che pone fine, per il momento, ai sogni di gloria dei 20.000 punti per il nostro indice. Il primo obiettivo sembra essere l’area 18.400.

Nulla è perduto invece per gli indici più forti (SP500 in USA e Dax tedesco in Europa), che possono ancora classificare il ribasso, per ora, come semplice pullback e non ancora come inversione di tendenza. Certo, se Trump continuerà ad insultare il mondo intero e combinare altri pasticci da dilettante allo sbaraglio, saranno dolori anche per i mercati più solidi.

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