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Comincia la guerra commerciale e riparte lo spread
27/01/2017 08:36

Ogni giorno che passa Trump di dà materiale per commentare e questo rischia forse di stancare un po’ i lettori. Ieri ha mostrato ancora una volta che il coraggio non gli manca e, subito dopo aver deciso la costruzione del muro di separazione cin il Messico, ha immediatamente provveduto a presentare il conto dell’opera ai messicani, che ovviamente hanno risposto di non essere ancora sudditi dell’imperatore dai capelli arancio e pertanto non sono disposti a pagare. In men che non si dica Trump ha fatto affermare dal suo portavoce l’intenzione di rinnegare gli accordi NAFTA con il Messico ed istituire un dazio del 20% su tutti i prodotti provenienti da questo stato confinante, in modo da recuperare 10 miliardi di dollari l’anno e finanziare la barriera. Dalle minacce alla dichiarazione di guerra (per ora solo commerciale) sono passati due soli giorni e questo ci dà un’idea di quanto rapidamente in quel cranio spazioso ricoperto di arancione le idee imbecilli riescano a trasformarsi in decisioni.

Che l’idea sia imbecille appare abbastanza evidente, perché rappresenterebbe l’inizio di una guerra mondiale commerciale, che potrebbe portare un contributo negativo assai rilevante alla crescita globale. Inoltre in questi casi rischia di essere non solo una guerra spregevole, che il gigante ricco attua per soggiogare e sfruttare il ben più debole confinante, ma che rischia di diventare una guerra alle imprese americane. Infatti negli ultimi due decenni, sfruttando la moda della globalizzazione ed i costi del lavoro assai inferiori, parecchie imprese hanno delocalizzato nel vicino Messico i loro stabilimenti e producono laggiù beni venduti a prezzi competitivi sul mercato americano. Il dazio del 20% le metterebbe fuori gioco e le danneggerebbe in modo significativo, diventando un classico esempio di effetto boomerang. Danneggiare gli imprenditori americani, che in gran parte lo hanno sostenuto nella vittoriosa cavalcata elettorale, per punire i messicani non mi appare perciò un’idea molto intelligente. Non mi stupirei se nei prossimi giorni la lobby industriale facesse sentire la sua voce provocando il primo importante voltafaccia dell’era Trump, teso a ridurre la distanza tra l’ideologia e la realtà.

Un’altra importante questione che ieri è balzata di prepotenza all’esame dei mercati finanziari riguarda il nostro paese, dato che il mondo sta prendendo atto che la sentenza costituzionale sull’Italicum accelera la morte del governo zombie Gentiloni e l’appuntamento con le elezioni politiche, volute al più presto da Lega, M5S e PD, cioè i tre quarti del parlamento italiano. Siccome pochi si attendevano che la sentenza producesse una legge immediatamente applicabile, la maggior parte degli osservatori e degli investitori si attendeva una fase di diversi mesi per adeguare in Parlamento l’Italicum ai dettati della Corte Costituzionale. Invece non è necessario che un piccolo intervento di omogeneizzazione sulla legge relativa al Senato, che potrà essere fatto in poche settimane, per consentire il voto in primavera.

Le elezioni italiane rischiano così di arrivare addirittura prima o a ridosso di quelle presidenziali francesi, attese in due turni a fine aprile ed inizio maggio.

Con l’aria che tira in giro per il mondo e con la gara che stanno facendo i populisti di destra ed anche il M5S ad imitare il modello Trump, l’esito elettorale italiano appare tutt’altro che scontato, specialmente se dovesse andare in porto quello che i giornali qualche giorno fa hanno presentato come uno scoop: il possibile accordo tra Lega e M5S in chiave anti-Renzi.

Bastano queste riflessioni per spingere molte mani fortemente impegnate sui tutoli di stato italiani a vendere. Infatti già mercoledì (anche stavolta ci sono stati quelli che le cose le sanno prima…), ma soprattutto ieri, i rendimenti sui nostri BTP decennali sono schizzati all’insù, e con essi lo spread. Alla chiusura di martedì il decennale italiano rendeva il 2,03%. Ieri ha toccato il 2,28% a pochi minuti dal termine. Si tratta di valori superiori all’impennata di novembre, che bisogna tornare indietro fino a luglio 2015 per rivedere. Lo spread BTP-Bund nel medesimo lasso di due sedute è passato da 162 a 178 punti base. Qui il massimo raggiunto nel novembre scorso (188) non è stato ancora superato, ma solo avvicinato, grazie al fatto che nel frattempo sono saliti anche i rendimenti del Bund.

Il rischio Italia sembra tornare pertanto prepotentemente alla ribalta, nonostante lo scudo di Draghi. I mercati azionari sono per il momento più resistenti, anche se negli ultimi giorni abbiamo assistito anche da parte dell’indice Ftse-Mib, ad una sottoperformance rispetto agli altri principali indici europei.

Ancora una volta la borsa italiana sembra incorrere nell’autoflagellazione, come è già successo molte volte in passato. Non resta che sperare che la marea rialzista degli altri mercati non si plachi tanto in fretta e contribuisca a sostenere il nostro listino. Altrimenti saranno dolori.

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