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I Ribassisti son tornati dalle vacanze
10/01/2017 08:32

A giudicare dal comportamento dei mercati, sembra che i ribassisti siano più portati a far vacanza che non i rialzisti. Infatti ieri, appena sono tutti rientrati e si sono rimessi davanti ai monitor, sono scattate le prese di beneficio su tutti i mercati azionari. Ad essere venduti sono stati soprattutto i mercati e i settori che erano saliti di più nelle sedute iniziali del 2017. Una correzione del tutto fisiologica, che del resto è stata anche abbastanza controllata quasi dappertutto. Il quasi si riferisce al nostro indice Ftse-Mib, che è tornato ad occupare l’ultima posizione delle performance giornaliere, come non era ancora successo nel 2017, ed ha subito una pesante seduta di vendite abbastanza generalizzate e piuttosto intense sui bancari, su cui è scattato il segnale di fine della festa, almeno per ora.

Dopo un inizio timidamente positivo per le borse europee, subito si è visto che la giornata buttava male e che probabilmente le prese di beneficio si sarebbero poi estese anche a Wall Street, come in effetti è avvenuto, dove solo il Nasdaq è riuscito a segnare un rialzino frazionale, che gli ha comunque consentito di realizzare il nuovo massimo storico. Niente da fare invece per SP500 e per il Dow Jones, che ha mancato venerdì scorso il raggiungimento di quota 20.000, fermandosi a 19.999 e ieri si è nuovamente allontanato dall’obiettivo che tenta di afferrare da ormai quasi un mese, mentre erano già pronti gli articoli dei giornali per celebrare l’appuntamento con la storia. Bisognerà riporli nel cassetto, per riprenderli magari quando Trump giurerà ed indosserà l’abito istituzionale. A questo proposito mi chiedo se, dopo aver inventato la post-verità, di cui si sta ampiamente parlando in queste settimane di chiacchiere davanti al caminetto natalizio, il magnate inventerà anche il post-giuramento, magari di questo tenore (in corsivo le aggiunte al testo vero):  “Giuro solennemente che adempierò con fedeltà al mio ufficio di Presidente degli Stati Uniti, come ho sempre fatto nella vita coniugale, e che con tutte le mie forze preserverò i miei interessi, proteggerò e difenderò la Costituzione degli Stati Uniti ogni volta che mi sarà utile”.

Scherzi a parte, il pannocchia, appena dà l’impressione di uscire allo scoperto dal rifugio dorato della Trump Tower, viene subito bersagliato dalla stampa e dal vecchio establishment, che si sono un po’ ripresi dalla sberla elettorale. La sua uscita a favore di Putin e contro l’apparato di sicurezza americano ha sollevato un coro di critiche, anche da numerosi parlamentari repubblicani, e lo ha costretto ad ammettere per bocca dei suoi portavoce che il rapporto sugli hacker verrà preso in considerazione e il futuro Presidente sta valutando di emanare ulteriori sanzioni contro le spie russe. Quelle che hanno tramato per farlo eleggere. Lascio ai lettori giudicare quanto sia credibile questa affermazione.

La vicenda rivela comunque che per Trump la strada per trasformare il populismo raffazzonato in realtà di governo non sarà una comoda passeggiata, perché il sistema americano ha molti anticorpi democratici in grado di combattere il virus populista.

I mercati dovranno rendersene conto, prima o poi, e forse qualcuno dietro ai monitor sta cominciando a farsi qualche domanda su quanto siano compatibili i principali obiettivi economici impacchettati in campagna elettorale e sulle capacità dello showman di padroneggiare la fitta trama di intrecci geopolitici che legano i vari scacchieri della politica mondiale.

Tornando al nostro Ftse-Mib, si intravede nuovamente un certo nervosismo sui bancari, che sentono l’avvicinarsi di un’altra dura prova da superare: l’aumento di capitale monstre da 13 miliardi di Unicredit. A questa si aggiungono le discussioni sulla proposta di gogna mediatica, sempre molto ben accolta dal populismo nostrano, mediante la pubblicazione dei nomi dei debitori insolventi delle banche che verranno salvate dallo Stato. Non servirebbe a nulla. Anzi, potrebbe provocare smottamenti ulteriori nella credibilità già sotto i tacchi delle banche italiane.

Aggiungiamo anche che ieri si è visto qualche cedimento nei prezzi del petrolio, che hanno dato un chiaro segnale ribassista, rompendo i minimi del 3 gennaio scorso ed annullando il recupero dei giorni seguenti. Sono segnali di smottamento, non ancora frane. Ma vanno seguiti con una certa attenzione.

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