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Draghi soffia ancora sul fuoco della speculazione
09/12/2016 08:39

Ieri non sono stati gli echi della crisi italiana e le sue incognite a stimolare gli istinti speculativi, ma, come capita all’incirca una volta al mese, l’attenzione dei mercati è stata completamente calamitata dalle mosse del Direttivo BCE, che ha tenuto la sua riunione mensile, e dalla Conferenza Stampa di Mario Draghi. Le attese erano piuttosto significative poiché non è un mistero che in seno alla BCE si è intensificato il braccio di ferro tra le colombe, capitanate dallo stesso Draghi, e i falchi, guidati dal governato re della Bundesbank Jens Weidmann. Le colombe sono da tempo favorevoli ad estendere ancora gli stimoli monetari, per vari motivi. Alcuni ufficiali: consolidare la ripresa europea e stimolare l’inflazione verso l’obiettivo del 2%. Altri impronunciabili, perché fanno un po’ a pugni con la neutralità che la BCE dovrebbe avere rispetto agli stati membri dell’Eurozona: mantenere la cintura di sicurezza sui bond dei paesi meno virtuosi (Italia, Spagna e Portogallo) per evitare che lo spread torni ad impennarsi e favorire i paesi più indebitati attraverso una riduzione del costo del debito, permettendo loro di galleggiare ancora un po’. I falchi invece vorrebbero la fine del QE e l’inizio del Tapering, cioè della manovra di rientro verso la normalità, motivando le loro richieste proprio con la parzialità della BCE e con la paura che l’inflazione rialzi troppo la testa e l’euro si svaluti troppo. La loro voce si è fatta più forte proprio nelle ultime settimane, quando è stato chiaro che la Federal Reserve tra una settimana avrebbe alzato i suoi tassi e la vittoria di Trump ha imposto con violenza e rapidità uno scenario futuro favorevole alla crescita economica e piuttosto inflazionistico, che i mercati obbligazionari hanno cominciato a scontare fin da subito, anche se il magnate dopo la vittoria quasi non ha più parlato e se manca ancora un mese e mezzo all’insediamento presidenziale. Il nuovo scenario americano ha un po’ spiazzato Draghi, che evidentemente si aspettava la vittoria della Clinton, ed aveva espresso, prima delle elezioni USA, molto pessimismo sulla crescita europea e timori deflazionistici, anche per gli effetti della Brexit, che però, come la celebre definizione di Metastasio sull’Araba Fenice, “che vi sia ciascun lo dice, dove sia nessun lo sa”.

Per questi motivi la riunione di ieri era molto importante per comprendere gli equilibri all’interno della BCE, dato che quella di ieri era l’ultima riunione utile per annunciare l’estensione temporale del programma di acquisto titoli (QE), che fino a ieri era di 80 miliardi di euro al mese ed avrebbe dovuto terminare a marzo 2017.

Draghi ha mostrato di essere un abile giocatore. Sapendo che un’estensione pura e semplice del programma non sarebbe stata digerita dai tedeschi e dai loro vassalli, per riuscire ad ottenere il placet del Direttorio ad una estensione anche superiore alle attese (fino a fine anno 2017, mentre le attese erano per una proroga fino a settembre), ha accompagnato la proposta con una riduzione a 60 miliardi della potenza di fuoco del piano, ha ridotto ad un anno, dai 2 precedenti, la durata minima dei titoli acquistabili, ed ha eliminato il limite di rendimento minimo che ora gli acquisti dovevano avere per essere effettuati. Dato che il limite era il rendimento di -0,4%, e praticamente toglieva dalle possibilità d’acquisto solo bond tedeschi a breve, la misura ripristina la possibilità di comprare qualsiasi titolo tedesco, ed è un piccolo favore alla Germania, fatto proprio per “captatio benvolentiae” dei tedeschi. La decisione è passata a maggioranza e non all’unanimità. Il governatore-ombra della BCE Weidmann ha comunque reso nota la sua contrarietà alla decisione. Ma è passata, e toglie dal tavolo parecchie incertezze.

Gli effetti di queste misure a mio parere sono molteplici. Da un lato manifestano una ostinata volontà di espandere la liquidità in Europa, non credendo alle minacce di inflazione che stanno spaventando i mercati obbligazionari USA. Dall’altro però, se Trump non si rivelerà una tigre di carta e farà almeno qualcosa di quel che ha promesso in campo economico, dovrebbero essere l’ultima cartuccia espansiva, dato che è difficile pensare che l’inflazione, se esploderà in USA, non si trasmetta anche in Europa per l’aumento dei prezzi delle importazioni USA e per la rivalutazione del dollaro che l’aumento dei tassi USA dovrebbe stimolare. Si tratta anche di un azzardo, perché se l’inflazione partirà in Europa, Draghi potrebbe essere costretto ad un rapido dietrofront ed a perdere la faccia, con i tedeschi che ne chiederebbero le dimissioni. Ci vorrà comunque del tempo per valutare questa eventualità.

Un altro effetto, più di breve periodo, derivante dalla combinazione delle misure prese ieri, è l’irripidirsi della curva dei tassi. Infatti se ora la Bce potrà comprare più titoli a breve e ridurrà di 20 miliardi gli acquisti mensili, significa che limiterà soprattutto gli acquisti di titoli sulla parte lunga della curva dei tassi. Questo farà salire i tassi a lunga e scendere ancora i tassi a breve, già molto bassi. Tale evoluzione pare in grado di fornire una ulteriore spinta all’indebolimento dell’euro sul dollaro, poiché amplia lo spread tra i rendimenti monetari americani e quelli europei, già molto alto, ed attira capitali sul dollaro piuttosto che sull’euro. E’ destinato a diventare ancora più redditizio il carry trade monetario, fatto indebitandosi a breve in euro per investire in USA.

I mercati hanno reagito come da copione. L’euro si è immediatamente indebolito. Sono partiti gli acquisti di bond europei a breve e le vendite su quelli a lunga, mentre l’azionario ha festeggiato l’ennesimo assist speculativo arrivato dal loro beniamino Draghi.

Gli indici europei hanno collezionato una nuova candela rialzista abbondantemente superiore al punto percentuale, trainati ancora dai bancari e dagli assicurativi, che ormai cominciano a presentare eccessi rialzisti da record e rendono pericoloso il loro acquisto a questi prezzi.

Gli stessi indici globali necessitano di correzioni per convincere a nuovi ingressi. L’ipercomprato è ormai veramente esagerato, specialmente sul nostro Ftse-Mib, paradossalmente il miglior indice al mondo nella settimana in cui il governo è stato abbattuto dall’insurrezione elettorale degli italiani.

Anche in borsa vince l’anti-politica? 

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