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Correzione degli eccessi
16/11/2016 08:39

Si sa che i movimenti sui mercati finanziari non sono mai lineari, ma si esprimono con un’alternanza di impulsi e correzioni. Questo vale sia per i rialzi che per i ribassi, anche se nei ribassi in genere gli impulsi sono più rapidi e profondi, mentre i movimenti rialzisti sono più graduali e prolungati.

Il movimento nato dalla vittoria di Trump ha sconvolto la tranquillità dei mercati, prolungata per molti mesi dall’opera narcotizzante delle banche centrali. Nota il sito americano sentimentrader.com che successivamente alla vittoria di Trump i movimenti di rotazione settoriale sono stati così violenti da creare un polarizzazione che non si era mai vista: il 10% dei titoli americani ha fatto nuovi massimi annuali e contemporaneamente un altro 10% ha fatto nuovi minimi annuali. Segno di un impulso veramente forte. Tuttavia è impossibile sottrarsi a questa regola di base.

Pertanto, dopo qualche giorno di eccessi, ieri è andata in scena la correzione, che a dire il vero ha interessato più gli eccessi ribassisti che quelli rialzisti. In Europa i mercati ed i settori che avevano corso molto si sono un po’ calmati, mentre quelli che avevano lasciato molte perdite sul terreno hanno provato a rimbalzare con una certa convinzione. In particolare si è visto un bruciante rimbalzo per il petrolio, che dai supporti toccati lunedì a 42,20 dollari al barile, ieri è tornato in area 46, recuperando quasi il 10% in un solo giorno. Rimbalzo significativo, anche se meno rabbioso, si è visto anche sui bond. Qui in realtà il recupero è già iniziato nella seconda parte della seduta di lunedì, ma ieri si è intensificato. A dire il vero il rimbalzo ha interessato più le obbligazioni europee che quelle americane, su cui la convinzione che Trump porterà inflazione è piuttosto resistente. Il rendimento del T-Note decennale USA è rimasto perciò al di sopra del 2,20%. Il Bund tedesco ha invece ridimensionato il suo rendimento a 0,306% e soprattutto quello sul BTP italiano è tornato a 1,965%, ben sotto quel 2,22% che lunedì è stato raggiunto al culmine dell’impeto di vendita dei risparmiatori.

A motivare il ritorno di qualche compratore, oltre agli eccessi di vendita raggiunti nei giorni precedenti, è stato anche il dato sui PIL dell’Eurozona del terzo trimestre, pubblicati al mattino. Le statistiche hanno rilevato una crescita inferiore al previsto per Francia e Germania e superiore alle attese per l’Italia. Se a questo uniamo il fatto che l’inflazione in ottobre in Europa non c’è proprio (anzi, in Italia sembra tornata la deflazione) è abbastanza difficile ipotizzare che la BCE si spinga a seguire la FED al rialzo dei tassi in un futuro prossimo. Si è aperto quindi lo spazio per approfittare di un rimbalzo tecnico delle quotazioni e per restringere lo spread BTP/Bund, che dai valori superiori a 180 punti base visti lunedì, ieri si è ridimensionato a 165.

Le borse azionarie Europee con una seduta abbastanza anonima per gran parte della giornata, hanno approfittato della buona apertura americana per chiudere in moderata positività. Si sono visti, anche qui, recuperi da parte di questi settori che avevano sofferto nei giorni precedenti (utility ed energetici), mentre soprattutto i bancari, ma anche un po’ gli industriali, hanno segnato il passo.

In Italia il listino, dopo una partenza positiva, si è appesantito, zavorrato dall’ennesima storiaccia bancaria, che ha pesato sull’intero settore. Mi riferisco all’OPA lanciata ufficialmente ieri da MPS per la conversione di 11 bond subordinati, per un ammontare superiore ai 4 miliardi e per circa la metà nelle mani di piccoli risparmiatori. La novità è che chi aderisce dovrà obbligatoriamente impiegare il ricavato nell’aumento di capitale. Per convincere i possessori sono state pubblicate vere e proprie minacce che la mancata adesione porterebbe al fallimento dell’aumento di capitale ed alla procedura di risoluzione (Bail-in) per la banca. Pertanto i possessori, se non aderiscono, rischiano di perdere molto di più di quanto deriverà dall’adesione all’Offerta. E’ chiaro che, messa in questi termini, l’operazione si scrive ufficialmente OPA, ma si legge Conversione Forzata. La perentorietà del tono ed il fatto che si arrivi a minacce da ultima spiaggia, fanno pensare che non ci siano altre strade per trovare i soldi necessari all’aumento di capitale, e questo non è proprio una manifestazione di benessere. Per questo ieri sono stati bersagliati soprattutto questo titolo (-10%) ed Unicredit (-4,1%), che deve anch’essa effettuare un aumento di capitale.

In USA invece, dopo due giorni di pausa, si è vista una ripresa degli acquisti generalizzati, questa volta anche sul Nasdaq, che ha consentito all’indice SP500 di tornare a 2.180, ultima resistenza che lo separa dai massimi assoluti di 2.194.

Se Trump continuerà a mantenersi guardingo come ha fatto finora, accreditando l’impressione che gli eccessi della campagna elettorale erano poco più che spot pubblicitari rivolti alla pancia dell’americano medio, e se le proteste dei suoi avversari dovessero cessare, lo sfondamento dei record assoluti potrebbe non tardare. 

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