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Vincitori e Vinti anche sui mercati finanziari
14/11/2016 08:37

Si è conclusa con molti colpi di scena finanziari una settimana dominata da un solo evento: la schiacciante e scioccante vittoria dell’impresentabile, che ora deve presentare al mondo la sostanza concreta del suo progetto, dopo avere urlato per mesi nelle orecchie della concreta e poco istruita, ma assai arrabbiata America delle praterie e delle fabbriche, slogan velenosi contro l’establishment politico e promesso il ritorno al paradiso della prosperità per i bianchi del ceto medio e la cacciata all’inferno per gli immigrati e i musulmani.

I mercati finanziari hanno immediatamente risposto mettendo da parte il modello di comportamento presentato nella campagna elettorale, che li vedeva salire quando avanzava la Clinton e scendere quando rimontava Trump. Era il loro modo di votare la Clinton e temere per l’instabilità che avrebbe portato la vittoria del Berlusconi d’America.

Quando è stato proclamato il vincitore i mercati, dopo un brevissimo crollo emotivo, sono saltati sul carro del vincitore e la loro avidità ha preso la strada della ricerca sui listini dei vincitori (da comprare) e dei vinti (da vendere).

Tra gli sconfitti dobbiamo innanzitutto individuare i detentori di Bond, che hanno subito un vero e proprio crollo. Il programma economico è visto come potenzialmente inflazionistico. Inoltre la promessa di abbassare le tasse e di varare un massiccio piano di investimenti pubblici sulle infrastrutture (strade, ferrovie, rete elettrica, scuole, aeroporti e chi più ne ha più ne metta) è la tipica politica delle mani bucate e dovrebbe far decollare il deficit ed il debito pubblico. Inoltre si sa che il neo –presidente è ostile alla Yellen e l’ha sempre accusata di tenere i tassi troppo bassi. Perciò in seno al FOMC la vittoria di Trump dovrebbe far aumentare il numero dei falchi, facendo cambiare parere ai più opportunisti tra i suoi membri, accelerando così la stretta monetaria. Il Treasury Note decennale che già scendeva da inizio luglio, ha accelerato al ribasso con un capitombolo settimanale di circa 3 punti percentuali, che per un bond è moltissimo. In tre giorni sono stati bruciati quasi due anni di cedole. Il rendimento, che si muove in modo contrario, è così salito venerdì fino ad oltre il 2,15%. Sette giorni prima era a 1,77%, mentre il 6 luglio aveva segnato un minimo di 1,32%. In soli 4 mesi, ed in assenza di movimenti dei tassi da parte della FED, che ha rinviato il rialzo dei tassi ufficiali al prossimo FOMC del 14 dicembre, sono già stati incorporati nei rendimenti  oltre 3 rialzi dei tassi. Ovviamente il movimento repentino ed intenso ha contagiato anche i bond del resto del mondo. Soprattutto quelli dei paesi emergenti, che hanno subito la fuga dei capitali che rientrano in USA e le prospettive di protezionismo, ma anche quelli europei, sebbene la politica attuata in Europa, col patto di stabilità, sia diametralmente opposta a quella di Trump. In particolare in Europa si è allargato lo spread tra virtuosi e spendaccioni. Il nostro BTP decennale ha portato il rendimento al 2%, raddoppiando dal minimo di Ferragosto, mentre lo spread BTP/Bund si è portato nell’area dei 170 punti base, valori, per intenderci, che aveva raggiunto in precedenza solo nel 2014, prima che venisse varato il QE di Draghi.

A beneficiare del rialzo dei rendimenti è stato soprattutto il dollaro. Il Dollar Index, che misura la forza del dollaro rispetto all’insieme delle altre valute, ha recuperato in settimana il 2,5%, riportandosi sui valori di inizio anno, mentre il cambio EUR/USD in settimana ha perso 3 punti percentuali.

I mercati azionari hanno reagito complessivamente con un rimbalzo, mostrando di voler mettere per ora nei prezzi le parole di Trump, in attesa dei fatti. L’indice USA SP500, con un rialzo settimanale del +3,8%, ha interrotto la mini-correzione dovuta all’incertezza elettorale e, chiudendo la settimana a 2.164, si è riportato non distante dai massimi storici di 2.194. L’indice della paura VIX si è ridimensionato a 14 dai 23 punti di venerdì 4 novembre, mentre anche in Europa è andato in scena il rimbalzo (Eurostoxx50 +2,5%, Ftse-Mib +3%, Dax +4%). L’impressione, comunque, è che l’Europa sia più cauta della borsa americana. Non hanno invece partecipato alla festa gli indici emergenti, per i motivi già esposti che hanno frenato i bond. L’indice MSCI Emerging, dopo la vittoria di Trump è praticamente solo sceso.

Grandi rivolgimenti hanno interessato i settori. La volontà di Trump è quella di mettere da parte la new economy e ridare smalto alla cara vecchia economia tradizionale, fatta di mattone, petrolio e acciaio.

Hanno perciò festeggiato l’immobiliare, i titoli minerari e quelli petroliferi. Anche quelli farmaceutici hanno approfittato della promessa di abolire Obamacare. Persino i finanziari sono saliti, benché bastonati a parole dalla campagna elettorale di Trump, aggressiva nei confronti delle banche. Si è capito che probabilmente il magnate qualche favore lo potrebbe fare anche a loro, abolendo o alleggerendo la legge Dodd-Frank, voluta da Obama per limitare il potere delle grandi banche d’affari.

Hanno segnato il passo invece i grandi big high tech e del web, generalmente in calo dal giorno della vittoria di Trump.

La voglia di ritorno al passato è ben rappresentata dal confronto delle performance settimanali del Dow Jones Industrial, che rappresenta la Old Economy (+7%) con quelle del Nasdaq100, che invece è la New Economy (+2%).

La settimana entrante potrebbe ancora forzare queste tendenze, ma non penso che si vada molto in là. Sull’azionario la resistenza dei massimi assoluti di SP500 potrebbe contenere il rialzo, mentre anche il mercato obbligazionario potrebbe riassorbire in parte gli eccessi del dopo-Trump.

Del resto le prime parole del magnate, intento a rassicurare, ci fanno pensare che un conto è spararle grosse in campagna elettorale, un altro è realizzare il programma, specie se il programma è la botte piena della spesa pubblica e la moglie ubriaca col taglio alle tasse.

Anche se Trump di mogli ne ha già ubriacate 3.

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