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La New Normal di Yellen spaventa più del Brexit
16/06/2016 08:33

I mercati europei ieri hanno rimbalzato, confermando le mie attese e dimostrando che la paura del Brexit aveva forse schiacciato un po’ troppo e troppo rapidamente gli indici azionari.
A spingere il recupero, abbastanza significativo, anche se non euforico (Eurostoxx50 +1,18%, Dax +0,92% e Ftse-Mib per una volta tra i migliori con +1,49%), ha provveduto la ricopertura di posizioni ribassiste avvenuto nei pressi di importanti supporti, in prossimità della scadenza tecnica di domani, il sensibile ipervenduto di breve sui principali oscillatori, l’attesa per le decisioni FED arrivate in serata.
Il mercato confidava che Yellen e soci avrebbero lasciato invariati i tassi, come è in effetti avvenuto.
Anche gli indici USA, che erano assai meno stressati di quelli europei, hanno mostrato la timida intenzione di attendere Yellen in territorio positivo e questo ha favorito una chiusura rilassata delle borse europee.
Ma la FED è andata oltre le previsioni dei mercati. Non nei fatti, poiché ha confermato lo status quo che questi attendevano, ma nelle parole e nelle previsioni sul futuro, presentandoci scenari che non le avevamo ancora sentito evocare.
Innanzitutto la sfera di cristallo sull’andamento futuro dell’economia USA (le Economic Projections) ha mostrato l’ennesimo peggioramento della situazione, richiedendo ancora una revisione al ribasso del tasso di crescita previsto per quest’anno (1,9 – 2% contro il 2,1 -2,3% stimato a marzo) e per il prossimo (1,9 – 2,2% contro il precedente 2 -2,3%).
Ma anche l’attesa per i futuri rialzi dei tassi si è drasticamente ridimensionata. La stima media dei componenti del FOMC su dove saranno i tassi a fine anno (la cosiddetta “dot plot”) è scesa dal 1% di marzo (che significava attendersi ancora due rialzi da 0,25% nel 2016) a 0,83%, che ne rende per ora sicuro soltanto uno, mentre il secondo potrebbe tranquillamente non essere fatto, anche perché le riunioni future entro fine anno sono ormai solo più 4 (luglio, settembre, novembre, dicembre). A questo punto la data più probabile, a mio parere, diventa quella di novembre, ad elezioni presidenziali avvenute, ed un bis a dicembre lo vedrei come molto improbabile, a meno che le condizioni dell’economia USA mostrassero una sorprendente vitalità, ormai non prevista più neanche dalla FED.
Non solo. Yellen ha anche voluto precisare nella conferenza stampa che questa tendenza all’appiattimento dei tassi durerà assai più di quanto ci si attendeva, poiché livelli storicamente bassi dei tassi sono richiesti dalla “nuova normalità” che le economie occidentali stanno vivendo, fatta di invecchiamento della popolazione e stagnazione della produttività, che provoca tassi di crescita più bassi e quindi anche interessi più bassi. E’ il primo caso di ammissione ufficiale da parte di un’autorità monetaria che il dogma della crescita va ridefinito e che la sindrome giapponese (bassa crescita, bassa inflazione e bassi tassi) ha contagiato anche economie dinamiche come quella USA.
A mio parere non è un’ammissione di poco conto, per chi vuole andare oltre la superficiale applicazione della banale regola “tassi fermi sono buoni per le borse” e guardare un po’ oltre il breve periodo.
Yellen ci sta dicendo, in modo molto più chiaro, un concetto già accennato in modo meno trasparente da Draghi negli ultimi tempi. Cioè che il presente stagnante ha buone possibilità di protrarsi anche nel futuro. Yellen ammette che le banche centrali in una condizione di produttività ferma e crescenti costi per mantenere in piedi il sistema delle garanzie sociali e previdenziali esistenti in occidente, hanno perso il tocco magico e possono solo dare una mano, come stanno facendo, riducendo il peso degli interessi che gli stati debbono pagare sul loro debito pubblico. Il resto deve farlo la politica, affrontando sfide di modernizzazione e riforme che aumentino la produttività e riportino la fiducia che il futuro sia migliore del presente.
Proprio quella politica che sembra paralizzata dagli attacchi terroristici e dai flussi migratori e che reagisce chiudendosi sempre più a riccio con isolazionismi spudorati, che ignorano i più elementari diritti umani (Papa Francesco è sempre più una voce che urla nel deserto). La Brexit ne è solo l’ultimo esempio. Ma temo che il peggio non sia ancora stato toccato.
La Borsa USA, dopo qualche minuto di paralizzata meditazione sulle parole di Yellen,  ha preso la via del ribasso ed è andata a chiudere con un modesto segno meno, ma ai minimi di seduta su SP500.
Evidentemente anche in Asia le riflessioni sulle parole di Yellen hanno incupito gli animi, così come la decisione presa nella notte dalla BOJ di non cambiare per ora nulla nella politica monetaria. Il mercato invoca da tempo nuovi stimoli, ma stavolta Kuroda non è intervenuto. La stizza ha provocato un forte calo sull’indice Nikkei, che ha chiuso la seduta odierna a -3,05%, ma le vendite hanno colpito pressoché tutti gli indici dell’area.
Gli strascichi negativi si dovrebbero estendere almeno alla mattinata europea, che dovrebbe essere negativa e riprendersi buona parte del recupero di ieri. Poi, nel pomeriggio, vedremo come gli americani, dopo averci dormito su, ripenseranno alle parole ed ai fatti della Yellen.
Certo che se i mercati dovessero crederci veramente ed andassero a scontare prospettive di crescita “giapponese” per il lungo periodo, nulla potrebbe giustificare la permanenza dell’indice SP500 a circa 3 punti percentuali dai massimi storici. Altro che Brexit!

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Pierluigi Gerbino - P. Iva 02806030041
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