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Sui mercati e nell'economia prevalgono le dissonanze
06/06/2016 08:44

La settimana che ha portato i mercati nel mese di giugno ha deluso le aspettative di inversione rialzista della tendenza, che quella precedente aveva suggerito.
Lo constatiamo soprattutto per i mercati azionari europei e per quello giapponese, tutti capaci di collezionare solo candele settimanali nere che si sono rimangiate gran parte dei guadagni realizzati la settimana precedente.
L’indice europeo Eurostoxx50 ha tentato ad inizio settimana di avvicinarsi ulteriormente alla resistenza di 3.148, ma la sua spinta si è ben presto arrestata a quota 3.098, per poi innestare la retromarcia con ben 4 sedute negative consecutive. Anche l’indice giapponese Nikkei ha atteso invano buone notizie (cioè altri stimoli economici in aggiunta al rinvio dell’aumento dell’IVA) da parte del governo Abe e della BOJ, ma poi ha ceduto, prendendo atto che il silenzio dei regolatori è forse segno che di cartucce da sparare non ce n’è più.
Le note positive vengono solo dall’indice cinese di Shanghai, che ha inviato un segnale di recupero andando in settimana a rompere la trend line ribassista di breve a 2.900 punti ed ora punta a recuperare il livello psicologico dei 3.000, che già aveva agguantato per una settimana in aprile.
Le borse USA dimostrano una forte resilienza, riuscendo a reggere alle molte notizie non positive sul tenore della ripresa USA, senza perdere con l’indice SP500 il contatto dai 2.100 punti, che sembrano un magnete da cui è difficile allontanarsi.
E’ sintomatico il comportamento delle ultime 3 giornate della scorsa settimana. Sempre l’apertura del mercato è stata negativa ed in gap ribassista, seguita da una rapida scivolata e poi da un recupero per tutto il resto della seduta, col risultato di ripristinare il contatto con quota 2.100, come se il mercato fosse legato ad un elastico che ne garantisce sempre il ritorno alla base entro fine seduta.
Da queste brevi descrizioni del comportamento dei mercati azionari della scorsa settimana ricaviamo l’impressione di ritorno della negatività per gli indici europei e il Giappone, incertezza per quelli americani e qualche speranza per i BRIC, dato che oltre alla Cina si sono mostrate in ripresa anche India e Brasile.
Se vogliamo cercare qualche motivazione a questi comportamenti tra loro disallineati, occorre ricorrere al ritorno delle incertezze sull’esito del referendum britannico sulla Brexit, che si sta avvicinando e viene preparato da bordate di sondaggi molto discordanti tra loro. Generalmente quelli effettuati telefonicamente tendono a dare in vantaggio la vittoria dell’exit, mentre quelli effettuati a contatto diretto danno margini di vantaggio allo status quo. La stranezza è solo apparente. Probabilmente quelli telefonici sono più sinceri, poiché la presenza fisica dell’intervistatore intimidisce l’intervistato e lo spinge talvolta a mentire, dato che l’uscita dall’Unione europea appare come mossa politicamente scorretta, osteggiata dal potere costituito e dall’establishment europeo ed americano. E’ pertanto possibile che la turbolenza si estenda nei prossimi giorni, con l’avvicinarsi del voto e l’aumento dell’adrenalina politica.
Un altro elemento che ha mischiato le carte è stato la scorsa settimana il prevalere di indicazioni macroeconomiche deboli, in contrasto con quelle uscite la settimana precedente. Su tutte ha prevalso per importanza il dato di venerdì scorso sull’occupazione USA in maggio, che ha mancato clamorosamente le attese e presentato un numero di nuovi posti di lavoro non agricolo di sole 38.000 unità, peggior dato dal settembre 2011.
Lo shock, oltre a ributtare in negativo le borse europee, che tentavano la stabilizzazione, ha rimesso in discussione parecchie certezze anche sulle future mosse della FED. Sembra ora allontanarsi definitivamente la possibilità di rialzo dei tassi a giugno, dato che manca una sola settimana alla riunione FED e i dati sull’occupazione sono tra i fattori principali che determinano l’orientamento del comitato direttivo. Resta ancora maggioritaria la probabilità che il rialzo avvenga a luglio, ma anche qui la percentuale è un po’ diminuita. Nel frattempo il dollaro ha fatto subito un passo indietro abbastanza rilevante, mentre il petrolio staziona poco sotto quota 50 dollari e comincia a presentare divergenze ribassiste dopo la lunga fase di recupero che da febbraio ne ha visto quasi raddoppiare il prezzo.
La Borsa italiana in questo periodo si aggiudica il cucchiaio di legno, che spetta agli ultimi in classifica.
Tramortita dalle performance terrificanti dei bancari, il cui indice ha perso -8,4% in una settimana ed è tornato sui livelli già toccati a febbraio ed aprile, ora attende l’inizio dell’aumento di capitale di B. Popolare e lumi sull’esito di quello di Veneto Banca.
Venerdì, a dimostrazione che forse per il nostro paese il rebus banche non è l’unico problema, è arrivato il dato sul PMI servizi, sorprendentemente negativo (49,8) ed assai inferiore alle attese (52,3).
I manager italiani del settore trainante dell’intera economia cominciano ad essere pessimisti. Ricordo che un dato inferiore a 50 va interpretato come portatore di aspettative future di recessione, o almeno di rallentamento. E’ vero che, così come una rondine non fa primavera, neanche una foglia che cade determina l’autunno. E’ forse presto per pensare che dopo quel pochino di falsopiano, durato 5 trimestri, stiano per ricominciare le salite per la nostra economia. Però quello di venerdì è un dato che dovrebbe almeno scalfire le certezze trionfanti del nostro premier fiorentino, che anche nelle elezioni amministrative di ieri ha ricevuto pochi petali di rosa dall’elettorato.

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