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A Piazzaffari banche sull'orlo di una crisi di nervi
18/05/2016 08:33

Sono giorni che l’indice azionario americano più importante non sa che pesci pigliare, ed allora oscilla nervosamente nell’area compresa tra 2.040 e 2.075 punti, seguendo le indicazioni economiche di giornata, che si fanno tra loro sempre più contraddittorie e soprattutto cercando di interpretare quale sarà la mossa della FED nella prossima riunione del FOMC di giugno. Tra giovedì e venerdì scorso si è vista la prima scivolata verso 2.040, seguita lunedì dalla ripresa oltre 2.070 e ieri da una nuova caduta fin quasi a 2.040. Ogni oscillazione è stata superiore al punto percentuale, che per l’indice USA in questione è una variazione di importanza almeno doppia a quella che avrebbe un medesimo movimento in Europa.
La manifestazione di stress da indecisione appare perciò evidente.
Ieri, a trascinare nuovamente giù sul supporto un indice che solo 24 ore prima sembrava seriamente intenzionato a spiccare il volo verso i massimi, è stato un cocktail di notizie economiche positive, che se fossero uscite in Europa avrebbero portato Draghi a brindare al successo della sua politica inflazionistica. Infatti si è vista la produzione industriale di aprile tornare positiva (+0,7% mensile) e superare le stime degli analisti, dopo due mesi di calo. Ma soprattutto l’inflazione mettere a segno un balzo di +0,4% mensile e tornare a crescere su base annua oltre il punto percentuale, mentre quella “core”, che esclude le componenti più volatili dei beni agricoli ed energetici, si sta stabilizzando oltre il 2%, che è l’obiettivo della FED per considerare la situazione normale.
Evidentemente dati economici buoni, innestandosi su dichiarazioni di parecchi membri del FOMC (ieri Lockhart e Williams) che sono sembrate un avviso ai naviganti sulla possibilità che la banca centrale USA agisca già prima delle elezioni di novembre con un rialzo dei tassi, hanno subito messo in affanno i mercati, che vedono il rialzo dei tassi come il fumo negli occhi. La curva dei tassi attesi si è innalzata un pochino, le probabilità che i future scontano di una mossa estiva sono aumentate e, pur rimanendo minoritarie, cominciano ad essere non più irrilevanti come erano la scorsa settimana.
I mercati hanno il dito sul grilletto delle vendite ed assistono a quel che succede con frenetiche oscillazioni, interpretando tutto alla luce delle probabilità che la FED intervenga nella prossima riunione del 14-15 giugno.
Una situazione simile si sta vivendo in Giappone. Nella notte è stato diffuso il dato preliminare sul PIL del primo trimestre, risultato in crescita ben oltre le attese. La festa dei mercati non c’è stata, poiché avrebbero preferito un dato debole che convincesse la Banca Centrale ad allargare ulteriormente l’immissione monetaria e il premier Abe a rinviare l’aumento dell’IVA giapponese previsto a fine anno.
In Europa invece si vive sostanzialmente senza idee autonome, al traino degli umori americani, con l’eccezione del nostro indice, che invece è sotto il giogo dei titoli bancari nostrani.
Su questo settore la volatilità è alle stelle ed in poche ore si assiste a cambiamenti di direzione eclatanti. Ieri, per citare un solo esempio, il Banco Popolare, da tempo nel radar degli operatori per la fusione in progetto con la Pop. Milano ed in procinto di avviare il temuto aumento di capitale da 1 miliardo, dopo un balzo iniziale a +4% ha poi chiuso la seduta quasi a -7%, tornando sui minimi di febbraio ed annullando il tentativo di rimbalzo che ha accompagnato la presentazione del piano industriale. Potrei fare altri esempi, ma mi sembra che basti ad indicare il pessimismo che regna sul settore. La paura è di scoprire altri altarini, dopo che l’ABI ha comunicato che le sofferenze nette del sistema bancario italiano sono tornate a crescere a marzo, o sentire la Vigilanza BCE chiedere ricapitalizzazioni a qualche grosso istituto. I rumors parlano di Unicredit e le voci piuttosto insistenti sulla probabile rimozione del CEO Ghizzoni, fermamente contrario alla ricapitalizzazione, tirano acqua al mulino di chi pensa male e spesso ci azzecca.
Sta di fatto che la giornata odierna si appresta ad essere campale per le banche e per il nostro indice. Il grafico di parecchi titoli fa drizzare i capelli. Intesa ed Unicredit stanno testando nuovamente un triplo minimo da cui nei giorni scorsi hanno tentato invano di rimbalzare. Pop. Milano è su un supporto sotto il quale si apre un baratro, Banco Popolare sta testando l’ennesimo minimo storico.
In queste condizioni il nostro FIB (è preferibile guardare il future Ftse-Mib anziché l’indice, dato che siamo in periodo di stacco dividendi) è completamente legato all’esito di queste battaglie in corso. Lo scivolamento di questi colossi porterebbe ad un’accelerazione ribassista verso l’obiettivo immediato di 16.400 e, in caso di debacle bancaria, magari anche 15.800.
Se poi anche in USA si prendesse la strada del ribasso, magari scontando una mossa della Fed sui tassi, allora il panico di febbraio tornerebbe d’attualità.
Non dimentichiamo che domani inizia ITForum 2016 a Rimini, la fiera dei trader italiani. Che c’entra?
C’è una strana correlazione statistica abbastanza robusta: molto spesso durante la fiera i mercati crollano. Speriamo che quest’anno, dato che sono già scesi prima, la relazione venga sfatata.

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