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Draghi litiga, i mercati si fermano
22/04/2016 08:34

La immotivata, ma evidentissima insistenza dei prezzi del petrolio nel continuare la loro salita, che ieri è arrivata a superare i 44 dollari al barile per il future WTI, non è bastata ieri a sostenere l’euforia ai livelli dei giorni precedenti e le borse hanno impostato uno stop che si è già espresso in USA ed oggi dovrebbe diffondersi nel resto dei mercati azionari mondiali.
Diverse sono state le motivazioni. Non tanto la performance di Draghi che ha parlato dopo il meeting mensile della BCE, senza suscitare particolare impressione ai mercati azionari. E’ stato più l’euro a salire sull’ottovolante, portandosi in rialzo a 1,14 sul dollaro in attesa della conferenza stampa, per poi mettere la retromarcia e tornare sotto 1,13 in pochi minuti, durante e dopo le parole di Draghi.
La BCE non ha comunicato quasi nulla di nuovo. Ha solo divulgato le regole che a giugno saranno seguite dalle 6 banche centrali nazionali più importanti per l’acquisto dei corporate bond. Dovranno essere in euro, emessi da soggetto privato non bancario residente in eurozona, avere rating non inferiore a BBB- (la classica definizione di investment grade), durata residua compresa tra 6 mesi e 30 anni. Potranno essere comprati sia sul mercato che in sottoscrizione. Nulla di diverso da quanto atteso.
La Conferenza Stampa è stata giocata tutta in difesa, a sostenere le ragioni delle scelte passate, i risultati che stanno producendo (per la verità piuttosto opinabili), confermarne la validità anche in futuro, dichiarare la prontezza della BCE ad intervenire ancora, se necessario. Non è mancata una stoccata alla Germania, che aveva criticato la politica dei rendimenti a zero come fonte di danno per il risparmiatore e il sistema bancario ed assicurativo. Ha risposto che la BCE è stata l’unica istituzione a preoccuparsi e ad agire in concreto per la crescita dell’Eurozona (implicitamente è una tirata d’orecchi agli stati, che avrebbero dovuto fare loro gran parte di quel che è stata costretta a fare al BCE) e che la BCE è indipendente e deve perseguire l’interesse dell’intera area euro, non solo della Germania.
I media italiani hanno interpretato questo rigurgito insolito di vis polemica come una manifestazione di forza di Draghi, che “le ha cantate persino alla Germania”.
Personalmente la penso esattamente al contrario. La forza di Draghi si sarebbe manifestata nel tirare dritto ignorando gli attacchi tedeschi. La reazione stizzita è una manifestazione di debolezza, che porta in pubblico e rende esplicita una divergenza che da tempo veniva affrontata e composta all’interno delle riunioni BCE a porte chiuse. Ora i media cavalcheranno la lite e la amplificheranno con interviste e gossip, gli stati saranno in qualche modo spinti a schierarsi per Draghi o per la Germania, generando ulteriori motivi di divisione all’interno dei già precari equilibri interni alla UE. Non vedo come la credibilità della BCE possa rafforzarsi dopo questa esternazione.
Ma di tutto ciò avremo la possibilità certamente di discutere ancora.
Mi concentrerei ora su altri fattori che hanno inciso sull’andamento della seduta, in particolare dal lato americano.
Il fatto che il VIX, che misura la volatilità implicita che si fanno pagare i market maker delle opzioni sull’indice SP500, sia tornato quatto quatto, durante il rally partito l’11 febbraio, ai livelli da cui a fine ottobre era partita la violenta correzione dell’ultima parte del 2015 e delle prime 6 settimane del 2016, ha segnalato la presenza di eccessiva confidenza da parte dei mercati, che hanno abbassato le difese forse oltre il lecito. Come spesso capita, è proprio in queste condizioni che, se qualcosa va storto, iniziano le correzioni. Così fu a novembre 2015. Ieri l’indice SP500, proseguendo il calo iniziato dai massimi della seduta precedente a 2.110, ha deciso di abbandonare il livello di 2.100 punti ed ha chiuso la seduta sui minimi a quota 2.091. Sta di fatto che il primo attacco alla resistenza di area 2.100-2.115 è fallito. Ora bisognerà verificare la capacità dell’azionario americano di ritrovare la forza per riprovarci. Energie positive non vengono certo dalle trimestrali, che continuano ad inanellare risultati deludenti anche da parte di big che nei trimestri precedenti avevano tenuto di buonumore il mercato
Ieri, a mercati chiusi, è toccato a due colossi della tecnologia, Alphabet (il nuovo nome di Google) e Microsoft, comunicare risultati deludenti, al di sotto delle previsioni degli analisti. Microsoft ha visto anche un calo significativo di utili e fatturato, mentre su Alphabet gravano le accuse di della Commissione Antitrust Europea, che potrebbe infliggere sanzioni fino a 7 miliardi di euro.
Diversa pare l’antifona in Asia, dove prosegue anche oggi il buon momento dell’indice Nikkei, ancora in deciso rialzo ed in grado di confermare il superamento della resistenza di 17.300.
Oggi le borse europee dovranno decidere se scegliere di seguire al rialzo il Giappone o al ribasso gli USA. Un certo affaticamento si coglie anche in Europa, per cui tenderei a preferire la seconda opzione. Anche perché la correlazione tra Europa e USA è storicamente molto forte, mentre quella con il Giappone è blanda.

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