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Tutto dipende ancora dal Petrolio
16/02/2016 08:39

Il caos geopolitico che sta martoriando il popolo siriano si infittisce ogni giorno. E quotidianamente crescono le probabilità che ai numerosi attori presenti sul terreno la situazione sfugga di mano ed esploda una vera e propria guerra mondiale aperta. Ognuno dei partecipanti al conflitto lo fa ufficialmente per “stabilizzare la Siria” e “combattere lo Stato Islamico”. Ma ciascuno ha secondi fini e conti da regolare con altri soggetti che dovrebbero essere alleati. Per cui i combattimenti sembrano diretti più a risolvere la prova di forza tra Assad, aiutato dai russi, e quel che resta degli oppositori, incitati dagli americani, ma di fatto abbandonati al proprio destino. Mentre la Turchia ne approfitta non per combattere l’ISIS, ma per attaccare i curdi irakeni, che sono tra i pochi che stano contrastando l’ISIS. In questo modo il Califfato sembra essere sparito dagli obiettivi dei bombardamenti e può perciò riorganizzarsi e riprendere ad avanzare mentre quelli che dovrebbero contrastarlo si menano tra loro. Come nei film comici, ma con la differenza che qui le bombe sono vere ed i morti non si rialzano alla fine della scena.
Tutto ciò, invece di drammatizzare la situazione sui mercati, paradossalmente li sta favorendo, perché influisce almeno in parte sul prezzo del petrolio. Più aumenta il caos in quei territori ricchi di greggio, più l’attività estrattiva subisce stop e limitazioni, riducendo almeno un po’ l’offerta quotidiana sul mercato. Inoltre non si smorzano i rumor di possibili accordi tra i membri OPEC e la Russia per limitare in qualche modo la produzione, ora che sembra praticamente vinta la battaglia contro i produttori americani che avevano osato alzare la cresta. Infatti gli ultimi dati sull’attività dei pozzi attivi in Nord America ci parlano di una disfatta, con chiusure di pozzi sempre più accelerate e fallimenti a catena.
Si consideri che di tutti gli impianti attivi negli USA nell’estate del 2014, quando il petrolio veleggiava ancora sopra i 100 dollari al barile, ormai ne restano funzionanti meno del 30%, mentre il paniere di titoli high-yield energetici dell’indice curato da Bloomberg, con scadenza media a 7 anni, ha raggiunto ormai il rendimento medio del 18,5%.
Quanto siano credibili questi rumor di tagli produttivi non è dato sapere. Anche perché riguardano accordi tra paesi che in Siria se le stanno suonando di santa ragione. Sarebbe curioso che soggetti in disaccordo su tutto trovassero la capacità di accordarsi sui tetti estrattivi. Sarebbe l’ennesima manifestazione del potere del denaro, che prevale su ogni altra considerazione di principio. Ma, siccome di dimostrazioni del genere ne abbiamo già viste, non possiamo affatto escludere che anche stavolta il miracolo dello sterco del diavolo si compia. Tanto, poi, gli accordi potranno essere tranquillamente violati successivamente, dato che in sede OPEC nessuno riesce a controllare realmente le quantità effettivamente estratte.
L’annuncio di passi concreti verso un taglio alla produzione potrebbe perciò portare almeno per qualche tempo un po’ di respiro ai prezzi e consentire magari una inversione rialzista di breve periodo, che avremmo certificata al superamento di quota 34,80 dollari (ennesimo e, per ora, ultimo massimo discendente, realizzato il 28 gennaio). Il grafico evidenzia divergenze rialziste prodotte dall’ultima scivolata che ha ritoccato il minimo annuale e sembra questa volta maggiormente pronto ad assecondare una notizia positiva che abbia un minimo di credibilità. Se avvenisse l’inversione rialzista, l’obiettivo del recupero sarebbe piuttosto significativo, compreso tra i 44 e i 50 dollari.
Gli effetti di una ripresa del prezzo del petrolio si farebbero sentire a cascata anche sui mercati azionari, che potrebbero anch’essi rimbalzare e recuperare almeno parte delle perdite subite nelle prime 6 settimane dell’anno. Un segnale di inversione per l’indice europeo Eurostoxx50 sarebbe la violazione della trendline ribassista, fortemente inclinata, che ha contenuto i rimbalzi di ottobre-novembre, fine dicembre e fine gennaio. Oggi passa da 2.910. Prima di arrivare al test della trendline l’indice europeo dovrà dimostrare di saper rimbalzare per più di tre sedute. Per ora ne ha fatte due, piuttosto violente, venerdì e ieri. Il non riuscire a superare il triplete di rimbalzo sarebbe un brutto segnale di possibile ripresa del ribasso e metterebbe in crisi i compratori che in questi giorni hanno fatto sfoggio di fiducia nei mercati azionari e nelle banche centrali (ieri non è mancata la tradizionale e paterna rassicurazione di Draghi).
L’indice USA SP500 oggi riprende a muoversi dopo lo stop di ieri per la Festa del Presidente. Il suo compito è estendere il rialzo di venerdì e confermare il segnale rialzista fornito. L’obiettivo è tornare all’attacco della forte resistenza di 1.950, che dal 7 gennaio ha respinto già due tentativi di superamento.
Intanto le borse cinesi, che ieri hanno riaperto i battenti un po’ assonnate, dopo una settimana di festa per il loro Capodanno, oggi mostrano segni di risveglio e mettono a segno un rialzo intorno al 3%. Anche il Nikkei giapponese, dopo lo spettacolare +7% di ieri, oggi riesce a mantenere il segno positivo, anche se frazionale.
Tutto ciò dovrebbe favorire oggi ancora una buona partenza degli indici europei, tra cui ultimamente il nostro è tornato a brillare, anche se deve recuperare molto più terreno degli altri. Il forte rimbalzo di bancari ed energetici ha consentito in due giorni di segnare 1.300 punti di rimbalzo dai minimi di giovedì scorso. E’ molto, ma non dimentichiamo che, se oggi questi punti si recuperano in due giorni, nelle scorse settimane si perdevano altrettanto in fretta. Pertanto non facciamo l’errore di oscillare dalla depressione all’euforia. La volatilità rimane sempre una brutta bestia, anche quando sembra scodinzolare come un cane da salotto.

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