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Come un pendolo impazzito
12/02/2016 08:35

Dopo il rimbalzone, ecco il ruzzolone, che annulla per l’ennesima volta le speranze di recupero dei mercati azionari mondiali. Ora si ritrovano tutti sull’orlo di una nuova crisi di nervi, con quello principale, espresso dall’indice SP500, che lotta disperatamente col supporto di quota 1.800 punti per fermare una caduta, che, una volta superata quella soglia, trova un’autostrada ribassista davanti a sé e potrebbe dirigere l’indice, nel medio periodo, anche a quota 1.600. Tutti gli altri mercati azionari amplificano il dramma americano e sembrano preda di scosse telluriche assai più ampie della norma.
La settimana che stiamo vivendo, qualora non fossero ancora bastate le analogie tra il 2016 ed il 2008 che abbiamo vissuto negli ultimi mesi, ce ne sta mostrando un’altra: l’alternarsi delle violente ed incomprensibili scorribande di volatilità, che hanno trasformato alcuni indici in pendoli impazziti. E’ proprio il nostro derelitto Ftse-Mib l’esempio più calzante, se andiamo ad osservare i tre movimenti alterni succedutisi nei 4 giorni vissuti questa settimana: lunedì e martedì scorribanda ribassista da oltre il -9%; mercoledì euforia rialzista con recupero di oltre il +6%; ieri nuovo ruzzolone da -6%. Se poi guardiamo al settore più agitato di tutti, quello bancario, constatiamo che la magnitudo delle scosse telluriche è quasi raddoppiata rispetto a quella dell’indice globale.
Cose simili ricordo di averle viste in precedenza solo nel 2008 e, riguardo ai bancari, di averle riviste nel 2012. Nel primo caso il terremoto ha riguardato tutti gli indici mondiali, in modo abbastanza uniforme, ed ha colpito tutti i settori. Nel 2012, invece, la crisi borsistica colpì soprattutto i cosiddetti PIIGS, tra cui il nostro paese venne inserito, e il settore bancario, messo a durissima prova dall’impennata degli spread sui titoli di stato.
Ogni crisi può assomigliare ad altre precedenti, ma si presenta con caratteri almeno in parte specifici. Questa volta i settori nell’occhio del ciclone sono essenzialmente due: quello energetico e quello bancario. Su quello bancario pesano problematiche legate ai buchi generati dalle sofferenze, che la normativa partorita dal governo, dopo lunga e travagliata trattativa con la Commissione Europea, non sembra in grado di risolvere in modo adeguato. Dello spread non si parla più, o, se lo si fa, è per notare che stavolta il movimento di rialzo del differenziale è molto contenuto e lo si motiva più con l’abbassamento del rendimento dei titoli tedeschi, che tutti si buttano a comprare in cerca di sicurezza, che col deterioramento della fiducia dei creditori nel nostro governo.
Effettivamente può apparire strano, a chi non si occupa di queste materie, che le banche vengano massacrate, che gli investitori e, in qualche caso anche gli stessi correntisti, fuggano dalle banche a gambe levate, trascinandole in un baratro ribassista che evoca preoccupazioni sistemiche, mentre si continua a rimanere tranquillamente seduti sui BTP statali, nonostante un debito del 133% del PIL, che sale ininterrottamente da decenni, ed è destinato a scendere di pochi decimali solo nella propaganda del governo e nelle ottimistiche stime future di fonte governativa, che tradizionalmente vengono sempre riviste al ribasso dalla realtà.
Il motivo di questa stranezza non è che l’Italia si è trasformata da meretrice in suora grazie al voto di castità mantenuto dai governi Monti-Letta-Renzi, che fa affermare ogni due giorni al nostro giovane premier “l’Italia non è più un problema”.
La realtà è che la virtù che il basso spread evidenzia dipende dalla cintura di castità posizionata dalla BCE, di cui Draghi tiene in mano le chiavi del lucchetto. E’ stata unicamente (sottolineo l’avverbio unicamente) la manipolazione dei mercati ad opera dei massicci acquisti di titoli di stato da parte della BCE che ha schiacciato verso il basso i rendimenti e li mantiene ancorati al pavimento. La manipolazione dei prezzi fatta da chi può stampare illimitatamente il denaro per pagare gli acquisti ti titoli ha impedito, finora, che la crisi delle banche sfociasse in crisi di fiducia sulla sostenibilità del nostro debito ed ha mantenuto ancora basso lo spread. Certo, non è più a 80 punti, come era arrivato a sgonfiarsi qualche mese fa. All’incirca è raddoppiato, ma stare a 150 punti base, quando il Bund rende lo 0,17%, consente comunque al nostro governo di pagare rendimenti ridicoli.
Fino a quando Draghi potrà continuare a tener sigillata questa cintura di castità? E’ una domanda che i mercati obbligazionari cominciano farsi sottovoce, ma non esplicitano ancora chiaramente.
Quel che appare chiaro è che un contesto recessivo e deflazionistico, come quello a cui stiamo assistendo, unito alla manipolazione dei rendimenti a zero o sottozero, praticata dalla BCE, offre una pozione avvelenata al sistema bancario, che vede azzerarsi anche la possibilità di far profitti con l’attività normale e rischia di vedere le sofferenze nuovamente crescere, invece che diminuire.   Questo gioco dei rendimenti a zero, che gli apprendisti stregoni delle banche centrali hanno messo in piedi, è sostenibile solo se dura poco. Altrimenti rischia di provocare l’implosione di interi settori economici, come quello bancario ed assicurativo, oltre che radere al suolo i rendimenti dei fondi pensione, a cui si stanno legando sempre più i destini previdenziali delle generazioni più giovani.
Draghi ostenta sicurezza. Dice che l’azione della BCE sta funzionando e per questo propone di potenziarla. Mi chiedo se l’obiettivo di questa azione sia sostenere l’economia oppure quello di distruggerla.

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