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Calma, e' solo un rimbalzone
11/02/2016 08:35

Il tanto atteso rimbalzone è alla fine arrivato, al terzo tentativo settimanale. Violento ed incomprensibile, come i cali che l’hanno preceduto.
E’ la dimostrazione che la volatilità ha preso il sopravvento in questo 2016 e continuerà ancora per un po’ a produrre scorribande nervose ed illogiche nei due sensi, alternando cadute e riprese che manderanno in crisi le certezze di chi ancora ne ha.
Quel che resta, se togliamo il rumore della volatilità, che è diventato frastuono, è la presa d’atto che il 2016 deve scontare un probabile scenario di recessione globale, che potrebbe toccare persino l’economia USA, fino a due mesi fa indicata come esempio di virtù e inossidabile trascinatrice dell’economia mondiale. A questo scenario macroeconomico potrebbe aggiungersi anche una crisi sistemica bancaria simile a quella del 2008. Ci sono quindi ottimi motivi per scendere e probabilmente nel corso dell’anno vedremo gli indici a livelli molto inferiori ai minimi finora realizzati.
Però tutto ciò non si può compiere in un attimo, proprio perché le conferme progressive ai timori dei mercati necessitano tempo per emergere. Pertanto i mercati esprimono in queste fasi il massimo del nervosismo e vanno sull’ottovolante, con discese da brivido e recuperi mozzafiato. E, dato che gli impulsi discendenti sono più ampi e prolungati dei rimbalzi, il trend principale rimarrà ribassista fino a quando i timori avranno possibilità di diventare realtà. Quando poi diventassero realtà,  i mercati raggiungerebbero il massimo dello scoramento ed avremmo la capitolazione finale ed il raggiungimento toccheranno del fondo. Su queste macerie si potranno ricostruire le speranze di riemergere e magari il trend fornirà concreti segnali di inversione rialzista, partendo ovviamente da valori degli indici molto più bassi degli attuali.
Abituiamoci pertanto a queste scariche di adrenalina, che potremo affrontare partecipando all’ottovolante o, se si soffre di mal di mare, astenendoci dall’operare. Chi vuol stare tranquillo non ha altra scelta che conservare molta liquidità in portafoglio (o magari strumenti molto sicuri come i Bund tedeschi, per evitare anche eventuali bail-in). In attesa di momenti stabilmente migliori, che verranno, ma per ora sono molto lontani.
Il rimbalzo di ieri ha motivazioni soprattutto tecniche. L’eccesso ribassista, specialmente in Europa e specialmente sul settore bancario e su quello energetico, aveva raggiunto livelli clamorosi e visti solo in rarissime circostanze passate, che sempre avevano preceduto rimbalzi violenti. Anche stavolta è successo. Nelle condizioni di pressione ribassista eccessiva, quando il rimbalzo parte, si alimenta delle ricoperture dei ribassisti, che comprano precipitosamente per conservare il grosso dei guadagni realizzato col precedente crollo. Basta poco a scatenare il rimbalzo. Ieri è bastata una prova di forza di Deutsche Bank, per rassicurare i mercati, che da giorni la indicano come la possibile Lehman Brothers del 2016. Le rassicurazioni verbali fornite martedì dal suo CEO sulla solvibilità della banca, appoggiate pubblicamente anche da Schauble, non erano state considerate dal mercato, che ha continuato a punirla anche dopo le dichiarazioni, perché assomigliavano a quelle fornite nel 2008 da Bear Sterns e Lehman Brothers pochi giorni prima di fallire. Allora la banca tedesca è passata ai fatti ed ha comunicato di voler procedere al riacquisto di proprie obbligazioni. In questo modo ha lanciato due messaggi: il mercato sbaglia a punire i nostri titoli, al punto che noi ce le ricompriamo a sconto per guadagnarci; abbiamo anche più liquidità del necessario e la possiamo persino usare per ridurre il nostro debito.
Questi fatti sono bastati a tranquillizzare i mercati ed a far scattare ricoperture, che si sono violentemente estese alle banche italiane, che hanno tutte realizzato performance positive clamorose, parecchie a doppia cifra. Il nostro Ftse-Mib è rimbalzato addirittura del 5%, evidenziando la volontà di recuperare almeno qualche eccesso di pessimismo.
La Borsa USA invece non ha partecipato alla festa, ma ha progressivamente eroso tutto il balzo iniziale, in seguito alle parole di Nonna Yellen, come al solito poco convincente nella sua comunicazione ai mercati. Tutti si attendevano, o meglio, speravano, in un linguaggio accomodante, sulla scorta degli interventi di Kuroda e Draghi dei giorni scorsi, che prendesse atto dei rischi di rallentamento economico aumentati enormemente e spazzasse via la possibilità di rialzare ancora i tassi per almeno qualche mese, per fornire un po’ di tranquillità ai mercati.
Invece Yellen ha preso atto che lo scenario è mutato in peggio, ma si è lasciata le mani libere per decidere di volta in volta in base a quel che i dati consiglieranno. Nessuna concessione immediata e nessuna promessa.
E’ decisamente un comportamento più da falco che da colomba, e l’indice USA SP500, che prima delle parole di Yellen era arrivato a 1.880 punti, ne ha restituiti quasi 30, chiudendo sui minimi di seduta e in sostanziale parità. Soprattutto ha mostrato incertezze che oggi potrebbero tarpare le ali fin da subito al rimbalzo europeo.
Morale della favola: non illudersi che tutto sia finito ed attenzione a non scambiare erroneamente i rimbalzi per inversioni.
In questa fase meno ci si espone, meno si sbaglia.

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