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Quante armi hanno le Banche Centrali?
10/02/2016 08:43

Dopo il lunedì nero, anche il martedì non ha avuto un colore molto diverso sui mercati azionari, specialmente su quelli ritenuti più rischiosi, tra cui spicca purtroppo la Borsa Italiana. Continuano ad essere presi di mira i tre settori fonti di maggiori preoccupazioni per il futuro: l’energetico, a causa del prezzo del petrolio, che non riesce ad abbandonare la vicinanza dei minimi, il bancario, a causa dei rumors che cominciano a diffondersi su possibili situazioni di insolvenza, l’automobilistico, su cui pesano timori di nuove scoperte di trucchi e taroccamenti in stile Volkswagen e la certezza che il settore è tradizionalmente il più ciclico, pertanto tra i più esposti ad eventuali recessioni in arrivo.
In una giornata che ha visto il crollo dell’indice giapponese Nikkei, l’ennesimo calo delle borse europee e ancora una perdita superiore a -3% da parte del nostro indice Ftse-Mib, l’unico baluardo, che ha resistito alla pressione delle vendite e per la seconda volta è riuscito a rimbalzare sul suo supporto da ultima spiaggia, è stato l’indice USA SP500, riuscito a recuperare fino alla parità una seduta che per larga parte ha visto prevalere il segno negativo.
E’ una costante storica il fatto che l’indice USA riesca ad avere una volatilità minore delle altre borse mondiali. Una caratteristica apprezzabile quando si è in fase ribassista. L’indice americano mostra sempre i nervi più saldi degli analoghi indici nel resto del mondo. E’ così anche stavolta. Sebbene sia stato rotto un supporto importante e la svolta ribassista di lungo periodo sia certificata anche sui grafici americani, la velocità di caduta è assai meno intensa che nel resto del mondo, dove l’abbandono dei supporti chiave ha provocato un diluvio ribassista. Il motivo è in buona parte attribuibile alla funzione di porto più sicuro che altrove per parcheggiare i soldi in momenti di paura.
Così come è considerato un porto sicuro anche il parcheggio sui titoli obbligazionari governativi americani e tedeschi, che non a caso in questi giorni di passione per l’azionario stanno dando soddisfazione a chi vi si è affidato, turandosi il naso per gli interessi molto bassi (infimi per il Bund decennale, che ha portato il rendimento dallo 0,63% di inizio anno allo 0,24% lordo attuale). Quel che non danno gli interessi lo stanno dando i rialzi nella quotazione. Lo smalto del Bund si confronta con le incertezze sui BTP italiani, che hanno visto invece risalire in febbraio i rendimenti del decennale da 1,4% a 1,7%, con inevitabile estensione dello spread intorno ai 150 punti. Non siamo certo ancora a livelli da allarme rosso, ma constatare che lo spread a fine anno 2015 era a 95 punti, ci fa comprendere che i mercati cominciano ad estendere i loro timori oltre che sul futuro del sistema bancario italiano, anche alla sostenibilità del nostro debito pubblico.
Il bollettino di guerra si può fermare qui, in attesa che le banche centrali, insolitamente mute ed attonite in questi giorni, battano un colpo. Il grido di dolore dei mercati richiederebbe l’impostazione di misure difensive immediate e potenti. Ma l’arsenale delle banche centrali non ha molte munizioni e la loro credibilità è stata duramente colpita dalle defaillance delle loro politiche, che hanno miseramente fallito gli obiettivi. Interpreto il loro silenzio come un implicita ammissione di impotenza.
Il taglio dei tassi non è più proponibile e, siccome lo proporranno comunque, rischia di continuare ad essere inefficace per l’economia reale e di riuscire solo a generare effimeri rimbalzi sulle borse. Restano possibili misure assai ardite, assolutamente non convenzionali e difficili da digerire, in sede BCE, da parte dei componenti più rigoristi del Board. Mi riferisco all’acquisto diretto di corporate bond, di subordinati bancari, fino addirittura all’acquisto diretto di azioni. Lo so. Queste misure rappresentano una bestemmia per chi vede il ruolo delle banche centrali come quello del garante imparziale del funzionamento dei mercati. Ma da tempo il Rubicone è stato varcato e questo ruolo le banche centrali non lo rivestono più da parecchio. Anzi, sono i principali manipolatori dei mercati. Allora, se manipolazione deve essere, non mi stupirei che Draghi cercasse di rompere anche questo tabù, imitando così i metodi spicci della banca centrale cinese. Che riesca a convincere i tedeschi è invece assai meno probabile. Per cui le incertezze sono destinate a permanere.
Oggi le borse europee tenteranno, per la terza volta in settimana, il rimbalzo. Le prime due hanno fallito miseramente. Ma con l’eccesso di negatività che abbiamo visto, prima o poi un violento recupero di almeno una parte dell’immenso calo accusato da inizio anno deve avvenire.
Sarà oggi nonna Yellen, nella sua testimonianza al Parlamento USA, a suonare la riscossa?

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