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Ora Yellen dovra' ammettere di essersi sbagliata
04/02/2016 08:39

Esistono, nella vita di tutti i giorni, quei momenti in cui ci si macera in attesa di un evento spiacevole e si vive male, come se fosse già capitato. Poi, quando diventa vero quel che si è temuto, ci si sente quasi sollevati e si riesce a farsene una ragione. Incredibilmente si scopre che si stava peggio prima che capitasse.
Credo che possa descriversi così quel che è successo ieri sui mercati, quando per tutta la mattinata e gran parte del pomeriggio, dopo il mini-crollo giapponese, le borse europee hanno proseguito le vendite torrenziali che questa settimana erano riprese fin da lunedì, dopo una brevissima sosta nella seconda parte della scorsa settimana.
A spingere giù i mercati con le tradizionali scene di panico e disperazione, era l’incertezza del prezzo del greggio, che faticava a stare sopra i 30 dollari, e nuove bordate di vendita sui titoli bancari, specialmente quelli italiani. Sì, certo, il settore bancario più solido d’Europa, secondo le dichiarazioni di tutti i governanti al potere ed i governatori di Bankitalia che si sono succeduti negli ultimi 8 anni al timone dell’italietta alla deriva.
Quel sistema che ha potuto tranquillamente ignorare l’arrivo delle nuove norme sul Bail-in pensando che la fiducia nei conti marci e taroccati non sarebbe mai venuta meno e che le sofferenze avrebbero potuto essere nascoste all’infinito sotto il tappeto con la compiacenza della Vigilanza di Bankitalia e per le principali anche della BCE.
Ma i nodi prima o poi vengono al pettine e le scene di confuse trattative per mendicare trattamenti di favore da parte della Commissione UE, che hanno partorito l’ambiguo topolino chiamato Gacs (Garanzia sulla Cartolarizzazione delle Sofferenze), non hanno fatto altro che contribuire alla diffusione del panico, insieme alla lentezza con cui proseguono le trattative per le fusioni tra le banche popolari quotate, tra abboccamenti e smentite, piano A, piano B, piano che sembra sempre e comunque inclinato verso il ribasso delle quotazioni. Così anche ieri abbiamo assistito al tripudio delle sospensioni per eccesso di ribasso delle principali banche italiane, che solo nel 2016, in poco più di un mese, hanno perso in media il -31%.
In queste condizioni non c’è proprio da essere sorpresi nel constare la perenne debolezza del nostro listino, particolarmente pieno di bancari, che occupa quasi sempre la posizione di peggiore d’Europa quando le borse vanno in retromarcia.
La negatività ieri ha raggiunto il suo culmine proprio poco dopo le 16, quando è stato comunicato l’Indice ISM Servizi degli USA, che era atteso a 55,1, secondo le previsioni del consenso degli analisti. Il dato era particolarmente vigilato, poiché avrebbe dovuto controbilanciare in positivo quello che solo due giorni prima aveva comunicato l’indice ISM manifatturiero, scendendo a 48,2: cioè che l’attività industriale dei prossimi mesi è vista in deciso rallentamento dal campione qualificato di manager delle principali industrie USA.
Ebbene il dato del settore servizi, che occupa circa l’80% della forza lavoro americana, sebbene sia ancora in territorio di espansione, oltre i 50 punti, ha rallentato fortemente la sua positività, scendendo a 53,5, parecchio inferiore alle previsioni.
La stizza dei mercati ha raggiunto il culmine. SP500, che aveva cominciato a scendere fin dall’apertura ha perso subito oltre il punto percentuale ed ha toccato il supporto di 1.872, mentre Eurostoxx50 arrivava a una manciata di punti dal minimo del 20 gennaio, il Dax a 35 punti dal suo analogo supporto di 9.315 e il nostro Ftse-Mib, a 17.141, ha frantumato anche il forte supporto di area 17.500 ed ha visto il baratro.
Ma a questo punto, quando tutto sembrava perduto, ecco che il mercato, come spesso capita, ha voltato pagina ed ha cominciato a ipotizzare che ormai sarebbe stato anacronistico e ridicolo un ulteriore testardo mantenimento dell’ottimismo sulla crescita americana da parte della FED. Hanno così cominciato a farsi strada scommesse sulla revisione delle intenzioni di rialzare i tassi, che hanno provocato un evidente recupero degli indici azionari, un deciso indebolimento del dollaro ed una ripresa degli indici dei mercati emergenti.
Le borse europee hanno chiuso troppo presto per partecipare pienamente alla svolta, ma SP500 , col proseguimento della seduta ha recuperato tutto e si è portato addirittura in positivo, mentre anche il petrolio ha effettuato un vero e proprio rally, recuperando circa 2 dollari in poche ore e tornando sopra i 32 dollari al barile.
Potrebbe essere la svolta che mette fine al prolungato calo dei mercati che ha occupato la parte iniziale dell’anno.
La certificazione delle difficoltà dell’economia americana potrà consentire alla FED quell’atto di umiltà necessario per ammettere di aver sbagliato e toglierà il problema dei rialzo dei tassi dal panorama dei prossimi mesi.
Resterà quello del rallentamento globale, ovviamente, che se si inasprirà tornerà a rinvigorire l’orso. Ma intanto il rimbalzo basato sulla generosità monetaria delle banche centrali potrà consentire ai mercati di recuperare almeno parte delle perdite finora accumulate.  

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