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Dapprima troppo panico, ora troppa euforia
25/01/2016 09:11

La terza settimana del 2016 si candida ad essere ricordata come quella dello scampato pericolo.
Dopo una partenza altamente drammatica, che ha causato lo sfondamento di tutti i supporti e l’interessamento di livelli inferiori a quelli di agosto-settembre per i principali indici azionari, si è conclusa in modo assai meno drammatico. Anzi, a sentire i media ed i commenti degli esperti in conflitto di interessi, si sta affacciando addirittura l’ipotesi che il calo sia finito, e dopo la tempesta possa tornare il sole del rialzo.
Infatti il voltafaccia direzionale che è partito nella seconda parte della seduta americana di mercoledì scorso, grazie al recupero del petrolio dai minimi di 26 dollari, alimentato poi dalle parole di Draghi pronunciate nella conferenza stampa BCE di giovedì, ha riportato tutti gli indici azionari ben al di sopra dei minimi da panico raggiunti mercoledì.
Tutto finito allora?
Innanzitutto chiariamo che i livelli raggiunti dopo una serie interminabile di sedute negative, che hanno segnato l’inizio del 2016, rappresentavano aree di importantissimo supporto. Praticamente l’ultima spiaggia per resistere alle zampate dell’orso. La velocità con cui gli indici vi sono giunti ha generato una situazione di ipervenduto che in passato ha quasi sempre generato una reazione di rimbalzo.
Anche questa volta il copione è stato rispettato. I movimenti ribassisti di mercato, quando la volatilità prende il sopravvento, rispettano dinamiche che hanno poco a che fare con i fondamentali, anche se da qualche elemento fondamentale debbono pur sempre essere generati. Ma possono essere elementi che magari per parecchio tempo sono stati snobbati e poi, tutto d’un tratto, a questi elementi viene data un’importanza addirittura eccessiva. E’ questo il caso del prezzo del petrolio, che non ha cominciato a scendere solo nel 2016, ma è ormai un anno e mezzo che rotola giù. Eppure l’indice SP500 si è permesso di fare il massimo storico a maggio 2015, quando il petrolio scendeva del 40% dai massimi del 2014 ed è rimasto agganciato ai massimi fino a un mese fa, quando il petrolio era giunto a -70% dai suoi massimi.
Improvvisamente il petrolio è diventato decisivo quando ha effettuato l’ultima accelerazione ribassista ed ha sfondato i 36 dollari alla vigilia dell’Epifania, per rotolare di quasi altri 10 dollari.
In realtà, in mercati molto speculativi, come sono ormai diventati quelli attuali, in cui i valori di mercato vengono allontanati di molto dai fondamentali per opera della manipolazione delle mani forti e delle banche centrali, l’elastico delle illusioni non può essere tirato all’infinito. Arrivano perciò, rapidi e violenti, quei momenti di riallineamento con la realtà che tanto occupano le pagine dei media: “Bruciati in borsa 300 miliardi di euro”. Avete già letto un commento di borsa in una giornata rialzista che conteggi i miliardi che si sono creati?. Io mai.
In queste situazioni la componente comportamentale prende il sopravvento. Il fuggi fuggi assume dimensioni di massa, ai venditori si aggiungono i ribassisti, che desiderano guadagnare dal movimento discendente vendendo allo scoperto i titoli, i mass media alimentano l’ansia, i mercoledì neri seguono i martedì neri e questi i lunedì. Tutto diventa nero e la corsa al “si salvi chi può” si fa ansia e poi panico.
Le vendite raggiungono livelli di eccesso che preparano il campo al rimbalzo. Questo avviene dopo una seduta tragica, in cui si registra la cosiddetta “capitolazione”. Si tratta di una seduta normalmente a due facce. La prima, altamente drammatica, in cui si registrano perdite record, rispetto a quelle già molto rilevanti dei giorni precedenti. Sembra che tutto crolli. Vengono magari perforati supporti importanti, quelli che solo pochi giorni prima venivano guardati con saccente tranquillità (vorrai mica che si arrivi a questi livelli?). Non sto solo descrivendo quel che è successo mercoledì 20 gennaio, ma quel che succede tutte le volte che i mercati capitolano.
Tutto sembra perduto quando, magicamente, i mercati girano. Le vendite si esauriscono ed arriva qualche mano santa a comprare con forza. In Cina spesso è lo stesso governo che interviene attraverso agenzie statali che hanno proprio questo compito. In occidente sono di solito delle task force non ufficiali ma segrete, di cui pertanto non si hanno prove di esistenza, anche perché le autorità, di solito così premurose ad indagare sui ribassisti, evitano accuratamente di perseguire i manipolatori rialzisti, perché operano nell’interesse pubblico. Personalmente nutro parecchi dubbi che la manipolazione dei prezzi, in qualunque direzione avvenga, rispecchi un interesse pubblico, ma quel che penso io non conta.
Sta di fatto che “arrivano i nostri” ed i mercati recuperano con un movimento speculare a quello precedente. La velocità del rimbalzo è favorita anche dalla chiusura di molte posizioni ribassiste che “prendono profitto”. Sul grafico la giornata disegna una candela chiamata “Spike”, perché assomiglia ad uno spillo con una lunga punta rivolta verso il basso. Quando questa candela ha un corpo ristretto e tutto confinato nella parte superiore è detta “hammer”, perché assomiglia ad un martello con la testa in alto.
Sono configurazioni di esaurimento del panico e spesso riportano la calma sui mercati, almeno per un po’.
Certo, a far scattare la molla del rimbalzo ci vuole un evento, la classica goccia che fa traboccare il vaso. Questa volta si è trattato del rimbalzo del prezzo del petrolio, l’ennesimo rimbalzo all’interno di un trend che resta saldamente ribassista. Ma la sua importanza è quella di aver dato il pretesto alle mani orti per intervenire ed aver convinto i ribassisti ad alzare il piede dall’acceleratore e chiudere qualche posizione.
Poi è partita la rincorsa degli altri mercati, che il giorno dopo hanno dovuto riallinearsi al rimbalzo americano di mercoledì. Quelli europei sono scattati giovedì e l’indice Nikkei giapponese ha fatto il rimbalzone venerdì. Si sono messi maggiormente  in luce, ovviamente, quegli indici che avevano più sofferto durante il “panic selling”.
Giovedì Draghi ha avuto buon gioco a dare una ulteriore spintarella, ripetendo le stesse generose promesse che aveva fatto ad ottobre e che a dicembre aveva mantenuto solo in minima parte. Ha lanciato il messaggio che a marzo agirà, sparando l’ultima cartuccia, quella che a dicembre i tedeschi gli avevano impedito di bruciarsi. I mercati hanno gradito, anche perché l’umore era già cambiato grazie al petrolio, che stavolta aveva confermato il rimbalzo.
Ora inizia in gloria la quarta settimana di gennaio. Probabilmente l’inizio sarà positivo ed il rimbalzo si estenderà ancora. L’elastico del pessimismo era stato tirato così tanto che ora lo spazio di recupero, senza mutare l’impostazione ribassista del trend principale, è ancora abbastanza.
Il petrolio, che è arrivato a 32 dollari trova un ostacolo serio a quota 34.
SP500 ha la sua resistenza a 1.950 (inizia la settimana partendo da 1.907). Il tedesco Dax ha un gap da chiudere a 9.930 e la resistenza chiave a 10.140; Eurostoxx50 ce l’ha a 3.127 ed il nostro Ftse-Mib ha l’ostacolo principale a 20.200.
Ciò significa che un po’ di spazio per salire ci sarebbe ancora, petrolio permettendo.
Poi però i ribassisti torneranno a picchiare ed allora per sconfiggerli ci vorranno utili societari significativamente migliori delle attese da parte della maggioranza delle imprese quotate USA, che Yellen contribuisca a sedare i timori sui successivi aumenti dei tassi americani e che la Cina dia segnali di stabilizzazione e torni stabilmente al di sopra di quota 3.000 con l’indice di Shanghai.
Quante probabilità abbiamo che tutto ciò si realizzi? Francamente non troppe.

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