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Barile giu', le Borse seguono
20/01/2016 08:30

La dipendenza delle borse mondiali dal prezzo del petrolio è ormai assoluta. Se ne è avuta ieri l’ennesima dimostrazione. Le borse europee hanno tentato il rimbalzo e sono riuscite a mantenersi in positivo per tutta la giornata, grazie ad un prezzo del barile superiore ai 30 dollari ed in rialzo rispetto a ieri. Gli indici USA hanno aperto anch’essi in gap rialzista e sembravano voler estendere il recupero dai minimi di venerdì scorso. Poi, a mercati europei chiusi, si è progressivamente afflosciato il prezzo del greggio, che è tornato sui minimi della scorsa settimana, a 29 dollari (stamane sui mercati asiatici li ha anche rotti al ribasso) e subito si è spenta la luce anche sull’azionario USA, che si è rimangiato tutto il gap ed ha chiuso in sostanziale parità. E pensare che ieri dalla Cina, accanto a dati macroeconomici che confermavano il lento e graduale scivolamento del tasso di crescita, sono arrivate notizie di ulteriori stimoli monetari, che avevano provocato un discreto rimbalzo degli indici locali, riallontanatisi dai minimi di lunedì mattina. Ma nulla serve se il petrolio non si stabilizza.  
Il fallimento del tentativo di rimbalzo americano peserà come un macigno sulla giornata odierna. Dall’Asia arrivano tristi risultati, con tutti gli indici tornati sotto pressione e quello giapponese che ha chiuso una drammatica giornata con un -3,7%
Gli indici cinesi invece accusano anch’essi il colpo ma reggono assai meglio.
L’apertura di seduta europeo dovrebbe essere piuttosto sofferente. Qui il miracolo da compiere sarà per il Dax e l’Eurostoxx50 la tenuta del minimo di lunedì (rispettivamente 9.458 e 2.921). Sono livelli di supporto molto importanti, che se verranno ceduti (con conferma della chiusura di seduta inferiore ad essi)  certificheranno la rottura della diga rappresentata dai livelli raggiunti col calo estivo e potrebbero portare ulteriori forti accelerazioni ribassiste, in barba all’ipervenduto che si legge su tutti gli oscillatori.
Del resto sono giorni che i mercati sembrano voler toccare il fondo, ma questo fondo non arriva mai.
Che si tratti di un momento molto difficile lo si percepisce anche dal volo insistente degli avvoltoi sui possibili futuri cadaveri. Cito un paio di situazioni, che mi paiono più eclatanti di altre.
Ieri l’indice Bloomberg che sintetizza l’andamento delle obbligazioni high yield del settore energetico americano con durata media residua di 7 anni è sceso ancora ed ora misura sul paniere un rendimento medio a scadenza superiore al 17%, con spread rispetto ai treasury di pari durata che ha superato i 1600 punti base. Siamo quasi ai livelli della Grecia quando il fallimento veniva dato per certo. Ma la Grecia aveva l’UE disposta a tirar fuori 86 miliardi ed il governo Tsipras pronto a massacrare i cittadini pur di ottenere il salvataggio. Qui si parla invece non di uno Stato, ma di quasi 400 emissioni diverse che rischiano di fallire e di trascinarsi dietro un numero imprecisato di banche piccole e medie che hanno largheggiato nei finanziamenti alla Shale-Economy.
Altro segnale da non sottovalutare è quello che in Europa è ripartita la caccia speculativa contro gli anelli deboli del sistema monetario europeo, che purtroppo questa volta ci vede al centro del mirino. Le banche italiane sono ormai chiaramente individuate come la preda più facile da attaccare e lo sciacallaggio dei fondi hedge speculativi, assetati di sangue dopo gli ultimi due anni per loro assai magri, sembra partito a gran velocità. Dopo il crollo di lunedì, ieri il crollo dei bancari ha fatto il bis. Il listino italiano è stato per tutta la seduta curiosamente pieno di segni positivi per larga parte, e recepiva la voglia di rimbalzo che ha pervaso tutta l’Eurozona, ma appariva sporcato da macchie di profondo rosso in coincidenza dei titoli bancari. Il settore ha già perso oltre il 20% da inizio anno e Monte Paschi di Siena e Banca Carige, le due banche ritenute messe peggio, si sono quasi dimezzate in sole 12 sedute.
La Consob si affanna a promettere indagini contro gli speculatori e a vietare le vendite allo scoperto, senza aver capito che, come dimostrano anni di esperienza passata, quel provvedimento è del tutto inutile. Le autorità insistono a dire che non c’è alcun pericolo per le banche italiane e nascondono che il vero pericolo, l’unico che conta veramente, non è quello manifestato dai politici e dai regolatori (che hanno la funzione istituzionale di rassicurare sempre), ma quello percepito dal mercato e dai venditori che fuggono. Renzi si intestardisce a fare lo studentello indisciplinato ed offeso con i maestri di Bruxelles che lo trattano diversamente dagli altri scolari europei, e non capisce che il nostro paese, ora che c’è lui, conta in Europa esattamente come quando c’era Berlusconi, Monti e Letta. E non riesce a capire che la tregua, durata 4 anni per merito esclusivo di Draghi e della calma che c’era sui mercati, probabilmente è terminata e le ostilità nell’eurozona stanno riprendendo. Con la variante non di poco conto che, mentre le altre volte sulla graticola c’erano la Grecia, il Portogallo, l’Irlanda e le banche spagnole, ora potrebbe toccare a quelle italiane. Altro che Banco Etruria ed il padre della Boschi. Come ha giustamente detto ieri sera Crozza in tv: “… ma quanti padri ha la ministra Boschi?”

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