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La seconda zampata dell'orso
18/01/2016 08:38

La seconda settimana dell’anno ha ripetuto il copione della prima, abbattendo le speranze di rimbalzo che nei primi giorni si erano timidamente affacciate e riportando gli indici azionari ai livelli raggiunti nella sanguinosa estate scorsa, da cui erano riusciti a risollevarsi, ma senza grande convinzione,  grazie alla stagionalità favorevole di fine anno.
Se a fine agosto avevo descritto la rottura ribassista estiva come la fine del mercato toro e l’arrivo dell‘orso (si veda la parte finale dell’articolo al seguente link: http://www.borsaprof.it/commenti_analisi.asp?id=1606 ) gli eventi di questa settimana, con la slavina ribassista che si è trasformata in valanga, hanno confermato la vitalità dell’orso, rappresentando la seconda zampata.
La catena di trasmissione del dolore è sempre la solita e vede al centro la precaria situazione cinese, caratterizzata da continue indicazioni di rallentamento economico e di fuga dei capitali, che le autorità non riescono più a controllare e che si sfogano nella svalutazione progressiva del yuan. Tutto ciò provoca la caduta dei prezzi delle materie prime, con al centro il petrolio, che in settimana ha sfondato anche quota 30 dollari in attesa della fine ufficiale delle sanzioni all’Iran, che, proprio mentre la domanda è schiacciata dal rallentamento della produzione cinese e mondiale, scaricherà sul mercato altri barili sul lato di un’offerta già eccessiva. Il calo delle commodity, visto con l’indice CRB che ne rappresenta una sintesi, pare una valanga inarrestabile. Il trend ribassista è in atto dal 2011 e da allora è a -57%. In settimana ha allargato il risultato negativo da inizio anno al -9,5% e raggiunto livelli che non si vedevano dal 1973.
La caduta delle materie prime rende precaria e sempre più recessiva la situazione di molti paesi emergenti, i cui introiti derivano dalla vendita di materie prime ed i cui debiti sono in gran parte espressi in dollari, che da due anni si è impennato e ne accentua il peso.
Il rallentamento del PIL mondiale si accentua e tutte le principali agenzie di analisi e previsione economica stanno rivedendo al ribasso la stima del PIL mondiale, ormai certamente destinato a sfondare al ribasso il tasso di crescita del 3% nel 2016. Ricordo che per gli economisti una crescita mondiale sotto il 3% equivale a recessione.
Il rallentamento produttivo genera un calo del commercio mondiale, di cui non si vede la fine. Il Baltic Dry  Index, cioè l’indice dei prezzi dei noli per il trasporto marittimo di materiali sfusi, da tutti visto come un buon barometro del clima economico globale, venerdì ha abbassato ancora l’asticella del suo minimo storico assoluto e raggiunto il livello di 373 che è poco più della metà del valore raggiunto nel momento peggiore della crisi economica del 2009.
Il calo del commercio e dei prezzi delle materie prime esercita una forte pressione deflazionistica. Gli indici dei prezzi stanno andando tutti nella direzione opposta a quella voluta dalle banche centrali e la forte immissione monetaria che da anni sta snaturando la funzione stessa dei mercati finanziari, si sta rivelando del tutto inutile. E’ un tipico caso di medicina che non serve a nulla ma in compenso provoca forti effetti collaterali negativi.
La credibilità delle banche centrali principali è duramente colpita. La stessa FED, che solo un mese fa ha alzato i tassi affermando la certezza che la situazione si sta normalizzando e l’inflazione procede verso l’obiettivo del 2%, vede le sue parole clamorosamente smentite dai fatti. I mercati stanno perdendo la fiducia nelle capacità taumaturgiche dei banchieri centrali. A questo punto non mi stupirei se la Yellen fosse costretta ad una frettolosa retromarcia e annullasse i propositi di fare ben 4 rialzi nel 2016, per poi magari riportare i tassi a zero entro pochi mesi.
Sarebbe la certificazione ufficiale di quel clamoroso fallimento delle politiche delle banche centrali, che da parecchio tempo io e pochi altri analisti veramente indipendenti stiamo segnalando.
I mercati azionari mondiali stanno risvegliandosi molto bruscamente dal sogno del ritorno ai massimi e proprio venerdì si sono appoggiati praticamente tutti al supporto rappresentato dai minimi di settembre. L’indice cinese di Shanghai è tornato vicino a 2.850, SP500 ha persino sfondato per qualche momento 1.867, il Dax tedesco ha lambito quota 9.400. Il nostro Ftse-Mib, che da tempo ha perso la forza che aveva mostrato nella prima parte del 2015, vede ormai i minimi dell’agosto scorso non come un supporto ma come una resistenza sempre più lontana e mette nell’obiettivo l’area 18.000 punti.
La settimana comincia pertanto con la assoluta necessità di rimbalzo immediato da parte dei principali indici, che dovranno sfruttare i forti eccessi ribassisti che si vedono sugli oscillatori per attirare i compratori a caccia di saldi. Oggi in USA non succederà, perché si fa festa e le borse sono chiuse. Ma altrove è possibile che la tenuta del supporto, che SP500 venerdì è stato in grado di offrire, riesca a favorire un estremo tentativo di rimbalzo. In Asia la reazione al crollo di venerdì è stata abbastanza composta. Lo stesso petrolio non sembra al momento molto intenzionato a franare ulteriormente. Vedremo. Comunque i conti occorrerà rifarli domani, in presenza dell’oste americano.
Certo, il momento è topico. La rottura dei minimi raggiunti venerdì sarebbe una ferita difficile da curare, anche per delle banche centrali molto compiacenti, ma a corto di munizioni.
E sarebbe la conferma definitiva della fine del ciclo rialzista e del dominio dell’orso.

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Pierluigi Gerbino - P. Iva 02806030041
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