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Una pesante mozione di sfiducia
14/01/2016 08:34

Come possiamo giudicare un mercato come quello azionario americano, rappresentato dall’indice SP500, che, dopo aver perso dal 30 dicembre scorso 8,5 punti percentuali in sole 8 sedute, riesce a rimbalzare di poco più del 2% dai minimi e per soli due giorni, per poi sfondarli nuovamente ieri, in una sola deludente seduta, trascorsa unicamente al ribasso?
Se non vogliamo definirlo in preda al panico, dobbiamo usare locuzioni eufemistiche.
Se poi aggiungiamo che la fuga dei compratori riguarda la borsa più importante del mondo, che per quasi 7 anni ha trascinato il mondo intero, che rappresenta l’economia leader, additata come esempio di successo  della politica economica e monetaria in tutto l’occidente…
Se constatiamo che il crollo di ieri è avvenuto all’inizio della stagione delle trimestrali, finestra tradizionalmente favorevole al rialzo, dato che di solito queste battono in prevalenza le attese degli analisti ed i titoli vengono premiati in borsa, e che tra i titoli più penalizzati si annoverano molti bancari Se, infine rileviamo, perfidamente, che il quasi -10% realizzato in metà mese è esattamente l’opposto di quel +10% previsto per il 2016 dalla grande maggioranza dei guru, intervistati dai media del settore sotto Natale, per riempire le pagine dei giornali e predisporre gli investitori alla proverbiale fiducia nel futuro…
Ebbene, fatte tutte queste considerazioni, non ci resta che prendere mestamente atto che il 2016 sarà un anno molto difficile per gli investitori, che potrebbe rivelare sorprese negative prolungate nel tempo e diffuse geograficamente, e riprendersi una buona parte di quel che negli scorsi anni è stato generosamente elargito da mercati orientati all’ottimismo e pilotati verso eccessi lontani dalla realtà con la complice accondiscendenza dei banchieri centrali, che hanno favorito l’ubriacatura delle illusioni fornendo tutto l’alcool monetario necessario.
Il 16 dicembre scorso, con un modesto ma significativo rialzo dei tassi, l’oste americano ha deciso di interrompere la fornitura di alcool, imprimendo una svolta alla politica monetaria USA. E’ bastato questo a far girare completamente il sentiment delle mani forti, che, dopo qualche giorno di calma, utile a distribuire un altro po’ di monnezza al popolo, far passare le feste di Natale e terminare alla meno peggio l’anno borsistico, sono passate in massa all’incasso delle esuberanze per tanto tempo coltivate.
Si dirà che la colpa è del petrolio, della Cina, della caotica guerra all’ISIS.
Ma si può rispondere che tutti questi fenomeni erano già presenti da mesi, alcuni da oltre un anno.
Perché si è pervicacemente rimasti appesi ai massimi storici per tutto il 2015 e persino dopo il terribile shock di agosto l’indice ha tentato di tornarci? Perché i mercati conservavano una fiducia quasi assoluta nell’assistenza delle  banche centrali. Finché la politica dei tassi a zero viene mantenuta, la liquidità gratis può continuare a drogare i mercati, anche se gli effetti sull’economia reale sono nulli, o quasi.
Venuta meno la stampella monetaria della più grande banca centrale al mondo, pochi giorni dopo aver constatato che anche lo stesso Draghi è molto più bravo a promettere soldi gratis ai mercati che a convincere i membri tedeschi della BCE ad erogarli, la frenesia speculativa ha perso buona parte del suo sostegno e si trova costretta finalmente a confrontarsi con l’economia reale con la mente meno inebriata dalla sbronza monetaria.
Si sta cominciando a scontare lo scenario di implosione dell’economia mondiale verso il territorio recessivo. Ormai pensare a un PIL mondiale per il 2016 inferiore al 3% e ad un rigurgito della deflazione su vasta scala non è più un’eresia e qualcuno ne trae le conseguenze.
In mancanza delle banche centrali, forse ormai solo l’Arabia Saudita, se accettasse di tagliare in modo consistente la produzione di petrolio e permettesse ai prezzi di risollevarsi dagli attuali 30 dollari al barile, consentendo al settore oil americano di salvarsi dal disastro, potrebbe risollevare i mercati.
Verrebbe così forse impedita la ripetizione di un film che abbiamo visto nella realtà nel 2008 e che in questi giorni è magistralmente ripresentato al cinema (“La Grande scommessa”, con Brad Pitt: è il racconto della bolla subprime e del meccanismo perverso che ha portato alla grande crisi finanziaria ed economica mondiale).
L’Arabia Saudita farà tutto ciò? E’ come chiedersi se il gatto accetterà di rianimare il topo che tiene in bocca.

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