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Il verdetto della scorsa settimana
11/01/2016 09:04

Chi pensava che, archiviato un modesto 2015 (salvo eccezioni come l’azionario tedesco e quello italiano), i mercati avrebbero ripreso la folle corsa rialzista iniziata nel 2009, ha di che riflettere dopo la settimana iniziale del 2016.
Per l’indice USA più rappresentativo, SP500, si è trattato della peggior settimana da parecchio tempo. Per trovarne una peggiore occorre andare alla tristemente famosa (soprattutto per noi italiani) estate del 2011, quando l’euro sembrava dover crollare da un minuto all’altro, lo spread dei PIIGS saliva ai livelli record oltre i 500 punti e giunse al capolinea la devastante esperienza del ventennio berlusconiano, mentre stava per materializzarsi la figura del curatore fallimentare Mario Monti e l’altro SuperMario, il Draghi, stava per pronunciare la mitica frase (“Wathever it takes…”).
Che cosa successe allora, appena passò il momentaneo spavento? Che SP500 mise a segno la più clamorosa ascesa della sua storia dal dopoguerra in poi, paragonabile a quella dell’era clintoniana dal 1995 al 1998. Una cavalcata rialzista che in meno di 4 anni lo portò a raddoppiare di valore, passando da poco più di 1000 punti al massimo storico di 2.135.
Se osserviamo l’andamento del grafico, troviamo fortissime analogie tra il 2011 ed il 2015. Allora l’indice USA fece una forte scivolata in luglio e agosto, dopo un timido rimbalzo realizzò una sorta di doppio minimo ad inizio ottobre e una fase volatile e senza direzione a novembre e dicembre. Lo scorso anno abbiamo avuto un andamento grafico molto simile. Mini crollo in agosto, rimbalzo effimero e doppio minimo in settembre, rimbalzo ad ottobre e volatilità senza direzione a novembre e dicembre. Nel 2011 fu l’Europa con i suoi PIIGS a preoccupare. Questa volta è invece la Cina ed il suo rallentamento la fonte delle fibrillazioni dei mercati.
Gli ottimisti, guardando nelle vacanze di Natale le analogie grafiche, potevano fregarsi le mani.
Se la storia si fosse ripetuta, avremmo avuto il decollo rialzista a partire dalla prima settimana dell’anno, come avvenne nel 2012, con destinazione paradiso.
Ma questa volta il miracolo non si è ripetuto. Anzi, se ci pensiamo bene le analogie tra quei tempi ed il momento presente finiscono quando si alza la testa dal grafico. Allora ci fu la reazione delle Banche Centrali: Draghi innaffiò i mercati di promesse, Bernanke, assai più concretamente, li inondò di liquidità, con il terzo atto del quantitative Easing, fornendo carburante speculativo al rally triennale che seguì.
Oggi, Draghi ha perso parecchio appeal e la FED, che intanto ha sostituito Bernanke con nonna Yellen, ha già cautamente invertito la direzione della sua politica monetaria, con il rialzo dei tassi avvenuto in dicembre. Poi, diciamolo mestamente, le autorità politiche e monetarie cinesi oggi hanno uno spessore non paragonabile a quello dei loro omologhi occidentali e si sono avventurate in esperimenti e misure dirigiste, che non riescono affatto a tranquillizzare i mercati.
L’andamento della scorsa settimana era molto importante perche il suo sviluppo avrebbe messo alla prova la validità del modello grafico degli ottimisti. La prova di forza è miseramente fallita e la Cina ha trascinato giù pesantemente tutte le altre borse del mondo.
Il risultato è il ritorno degli indici principali verso i minimi dell’estate. E soprattutto la sconfessione della speranza rialzista degli ottimisti. Che ora non hanno neanche più il grafico dalla loro parte.
Dal nostro punto di vista, che cerchiamo di mantenere il più oggettivo possibile, occorre verificare la reazione che i mercati sapranno imbastire in prossimità dei supporti chiave rappresentati dai minimi di quest’estate. Vi arrivano in forte eccesso ribassista, per cui un rimbalzo è sicuramente l’ipotesi più probabile. Però dovremo verificare quanta forza avrà questo rimbalzo, con quali volumi sarà effettuato e cosa succederà quando si incontreranno le prime resistenze.
L’atteggiamento che deve prevalere, di gran lunga, è ancora quello della cautela. Estrema.

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