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L'anno si chiude in tono dimesso
21/12/2015 08:36

Il mercato ci sta mostrando il classico ripensamento dopo le illusioni che la Yellen ha cercato di alimentare con la sua dialettica. Il bastone del rialzo dei tassi è stato accompagnato da una abbondante dose di carote verbali per cercare di convincere che la stretta monetaria è minima, è un segno della ritrovata salute dell’economia USA, e che tutto ciò viene fatto per il bene dei mercati e per prevenire più rapidi aumenti futuri.
A caldo i mercati sembravano convinti, come ha dimostrato il significativo rialzo prima sulle aspettative e poi anche durante la conferenza stampa di Yellen.
Ma è bastata una notte di riflessione, quella tra mercoledì e giovedì scorso, per far salire i dubbi e spingere parecchi operatori a portare a casa i guadagni, per affrontare le vacanze natalizie con un po’ meno rischio.
Infatti, se si rivelano esatte le aspettative dei membri dello stesso FOMC, che hanno ipotizzato a quota 1,375% il punto d’arrivo dei tassi tra un anno, significa che dovranno seguire altri 4 rialzi da un quarto di punto nel 2016 (uno a trimestre?). In questo caso la stretta non sarebbe poi così minima, dato che porterebbe i rendimenti sul decennale intorno al 3,5% dal 2,20% precedente la mossa della FED.
Qualche obiezione ci sarebbe pure sul fatto che l’economia USA sia ritornata in piena salute, poiché i tassi di crescita degli ultimi anni sono mediamente inferiori di un punto percentuale a quelli medi che si ottenevano prima della grande crisi del 2008. La disoccupazione ufficiale è scesa al 5%, contro il 10,7% dell’area euro, e questo viene riportato dalla stampa “mainstream” come il segno del grande successo della politica della FED. Ma si tace sul fatto che il tasso di impiego della forza lavoro negli USA dal 67,3% della popolazione è ora al 62,5% e da inizio anno non riesce a risollevarsi dai minimi. Il 5% di minori disoccupati è rappresentato perciò da rassegnati che il lavoro hanno smesso di cercarlo e vengono cancellati dalle forze di lavoro.
Gli utili delle imprese sono in calo da 2 trimestri e risentono già ora della diminuzione della domanda mondiale e della forza del dollaro, che ne deprime la competitività, e che verrà ad aumentare con l’evolversi della manovra restrittiva.
Tutto ciò è stato ignorato dalla FED per rispettare l’impegno, preso in estate e riconfermato in autunno, di iniziare il ritorno verso la normalizzazione monetaria entro la fine del 2015. Il rischio che ora il martello del rialzo dei tassi si abbatta sull’incudine della scarsa qualità della crescita, schiacciando ulteriormente la capacità di profitto delle imprese, comincia negli ultimi giorni ad essere preso in considerazione dai mercati, che sembrano alle prese con un risveglio abbastanza brusco.
Nelle due giornate di giovedì e venerdì l’indice USA SP500 ha perso il 3,25%, rimangiandosi tutto il rialzo speranzoso messo a segno nei primi 3 giorni della scorsa settimana e tornando a registrare un risultato negativo da inizio anno. La chiusura settimanale è stata la più bassa delle ultime 11. L’indice ha rotto nuovamente il supporto di 2.020 e sembra ancora una volta alle prese col test di area 1.990, che lunedì scorso lo aveva fatto rimbalzare, violentemente quanto inutilmente.
Se dovesse cedere anche il supporto di 1.990 sarebbe forse inevitabile l’avvitamento fino ai minimi di settembre ed ottobre in area 1.870. Per questo la giornata odierna è importante e deve necessariamente portare un rimbalzo, proprio per evitare la spirale ribassista.
I mercati europei venerdì non hanno potuto esimersi dal flettere anch’essi, anche se la chiusura di settimana è stata per loro addirittura positiva, avendo recepito solo venerdì e solo in parte l’input ribassista proveniente da oltre oceano.
Oggi dovranno scontare in apertura la discesa degli indici americani avvenuta venerdì sera a mercati europei già chiusi, anche se l’impatto iniziale potrebbe essere attutito dalla reazione composta che i mercati asiatici stanno fornendo. L’indice giapponese Nikkei ha chiuso solo in lieve ribasso, mentre la maggior parte dei mercati asiatici presenta addirittura segni positivi.
Intanto le temute elezioni spagnole si sono concluse con un sostanziale stallo. Nessuno dei 4 principali partiti è riuscito a conquistare la maggioranza e siccome tutti hanno escluso alleanze con altri, si va ad una lunga trattativa per formare il nuovo governo. Forse la coalizione che ha maggiori probabilità di formarsi è quella moderata, composta dai conservatori di Rajoy e i liberisti di Ciudadanos, che sarebbe una soluzione gradita ai mercati.
La settimana entrante non presenta appuntamenti macroeconomici di rilievo, se escludiamo il dato definitivo sul PIL USA del terzo trimestre, che gli analisti si attendono un po’ più moscio (+1,9% annualizzato) del dato preliminare (2,1%). Poi spazio alle Feste Natalizie, che quest’anno per i mercati si presentano in tono assai dimesso.

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