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Il Rally di Natale è gia' finito prima di cominciare?
11/12/2015 08:34

Senza dubbio il momento magico dei mercati, che li ha visti recuperare quasi tutto il calo estivo e riaffacciarsi nei pressi dei massimi annuali alla vigilia del Draghi day di una settimana fa, è ormai un tenue ricordo.
La brutta delusione d’amore subita quel giorno ha fatto scoppiare la bolla delle aspettative e costretto i mercati a prendere in considerazione i molti fatti reali, per la maggior parte portatori di magagne, che si susseguono in questo periodo e che in precedenza sono stati a lungo snobbati dalla convinzione che comunque la droga monetaria di Draghi avrebbe consentito di perpetuare quel paradiso artificiale in cui vivono i mercati da anni.
La scarsa salute dell’attuale quadro geopolitico ed economico mondiale ed il carico di incertezze e di preoccupazioni sui fondamentali della crescita futura ha cominciato a gravare i mercati di un peso sempre più difficile da sopportare.
La lista dei motivi di preoccupazione si allunga ogni giorno. La minaccia terroristica, che riguarda stavolta anche l’America, dopo aver scombussolato la vita degli abitanti delle grandi città europee. L’ingarbugliamento della situazione in Siria ed Iraq, dove si combatte una guerra che oppone una coalizione di finti amici che combatte un califfato che per molti di essi è un finto nemico, col risultato di far assomigliare il conflitto ad una rissa da bar, dove tutti menano a caso “’ndo cojo, cojo”.
La estenuante prova di forza dell’Arabia Saudita all’interno dell’OPEC, che ha costretto il prezzo del greggio a stabilire nei giorni scorsi nuovi minimi annuali e penalizzato ancora il settore energetico, all’interno del quale i bond ad alto rischio emessi da società petrolifere viaggiano ormai su livelli di rendimento piuttosto preoccupante. Come ci segnala il Bloomberg USD High Yield Corporate Bond Index Energy, costituito da un paniere di bond emessi dalle società meno solide del settore energetico, il rendimento effettivo medio è ormai arrivato al 14%. Il momento in cui, per molti operatori del settore shale oil, i nodi del debito insostenibile verranno al pettine del fallimento si avvicina sempre più.
La situazione in Francia, che, dopo il dramma terroristico si appresta a vivere un anno sospesa nell’instabilità politica, in attesa di capire se Marine Le Pen ce la farà a vincere  le elezioni presidenziali della primavera del 2017, attuando in questo modo un attentato alla stabilità europea nel cuore dell’Unione.
La situazione cinese, che torna in primo piano dopo gli ennesimi dati congiunturali negativi (calo senza fine dell’export) e la ripresa della fuga di capitali, segnalata dalla significativa diminuzione delle riserve e dalla ripresa della svalutazione del Yuan.
E, per finire, l’avvicinarsi del Yellen Day, previsto per il 16 dicembre, quando la FED attuerà il primo rialzo dei tassi dopo 9 anni e darà inizio al processo di normalizzazione della politica monetaria.
Una normalizzazione che andrà a pesare sul debito dei paesi emergenti e ne fiaccherà ulteriormente le già ridimensionate capacità di crescita.
Ce n’è abbastanza per sollecitare qualche investitore a portare a casa i profitti realizzati nel lungo ciclo rialzista durato dal marzo 2009 fino alla primavera scorsa e che ora risente di una pausa di riflessione che si sta protraendo un po’ troppo a lungo per non infondere qualche dubbio nelle menti degli investitori.
A peggiorare poi le cose in casa nostra, occorre aggiungere alla lista delle preoccupazioni mondiali anche la farsa, che sta diventando tragedia, legata al maldestro decreto salva banche, che è riuscito a generare un diffuso discredito sul mondo bancario ed a convincere molti risparmiatori che la gestione del risparmio sia diventato il terreno privilegiato di gioco dei truffatori d’Italia.
Sul settore bancario italiano si sono scaricate forti vendite negli ultimi giorni, che lo hanno penalizzato assai più di quanto non sia successo all’estero. Data la forte presenza di banche sul nostro listino, ciò ha finito per zavorrare l’intero indice Ftse-Mib, che è arretrato sui livelli di inizio ottobre e soprattutto ha sfondato al ribasso il trading range che lo teneva ingabbiato da circa due mesi.
Tutti i mercati azionari, comunque, hanno perso terreno, non solo il nostro. Dall’apertura del 3 dicembre, il giorno della spasmodica ed ottimistica attesa dei regali di Babbo Natale Draghi, fino a ieri, osserviamo che l’indice USA SP500, che ora è a quota 2.052, ha lasciato sul terreno il -1,37%. Il Dax tedesco, ora a 10.599, ha perso il -5,14% e l’indice globale europeo Eurostoxx50 (3.270) ha perso il -5,62%. Come anticipato, il nostro Ftse-Mib, che inizialmente aveva retto meglio alla delusione Draghi, negli ultimi giorni si è allineato al ribasso, scendendo a 21.410 con un risultato di -5,07%.
Cerchiamo allora di stabilire qualche punto fermo, o, meglio, che tale appare, in attesa magari che i mercati smentiscano anche questi.
Pur nella negatività globale di breve periodo, il mercato USA è quello che appare più solido. Il primo supporto di rilievo, area 2.020, non è ancora vicino, mentre i massimi assoluti distano meno del 4%.
In Europa invece, l’essere diventata il crogiolo delle contraddizioni geopolitiche e la perdita di fiducia in Draghi hanno danneggiato significativamente il quadro. Dax ed Eurostoxx50 hanno sfondato i minimi di novembre. Di poco l’indice tedesco, assai più l’indice globale delle blue chips europee.
La situazione del nostro Ftse-Mib assomiglia più a quella di Eurostoxx50 che a quella del Dax tedesco.
La mia impressione è che ora il mercato abbia acquisito un’inerzia ribassista di breve che obbliga i rialzisti a prendere l’iniziativa. In caso contrario l’attrazione costituita dai minimi di settembre potrebbe essere troppo forte e condizionerebbe il futuro dei mercati.
Pertanto occorre non dare affatto per scontato il rally di Natale. Draghi e le molte questioni aperte potrebbero averlo definitivamente abbattuto.

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Pierluigi Gerbino - P. Iva 02806030041
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