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I mercati pensano ai regali, non alle bombe
23/11/2015 08:35

La settimana successiva agli attentati in Francia si è chiusa venerdì un po’ mestamente per le borse europee, ma ha mostrato comunque una reazione agli eventi sorprendentemente ottimistica da parte dei mercati finanziari. Tutte le borse azionarie mondiali, invece che accusare il colpo emotivo degli attacchi terroristici e scontare le conseguenze negative che il salto di qualità della minaccia terroristica e i necessari rafforzamenti delle misure di sicurezza provocheranno all’attività economica, hanno deciso di salire, dando così maggior peso ai regali monetari che Draghi e Kuroda dovrebbero elargire nei prossimi giorni, ed ignorando l’ormai certo rialzo dei tassi americano. A salire di più sono stati gli indici USA (SP500 +3,26% settimanale) ed il tedesco DAX (+3,84%), in gran rimonta dopo il caso Volkswagen.
Il perché di questa ventata di ottimismo non è facile da trovare, a meno di dare per certa una rapida soluzione della crisi siriana e la distruzione dell’ISIS.
Sembrerebbe piuttosto che i mercati abbiano deciso di rinviare al futuro le considerazioni sull’impatto recessivo che avrà questa nuova fase della guerra mondiale che si sta combattendo non più soltanto in medio – oriente, ma ora anche nelle principali città occidentali.
Il tempo stringe ed occorre preparare il solito rally di fine anno. La stagionalità positiva degli ultimi due mesi dell’anno spinge alla speculazione rialzista. Il Black Friday, cioè il giorno dei grandi sconti che aprirà ufficialmente la caccia ai regali di Natale e misurerà l’attuale livello del consumismo americano, dista ormai solo 4 giorni.
I banchieri centrali fanno del loro meglio per rassicurare che il loro aiuto non verrà meno. Draghi venerdì scorso ha ancora una volta ripetuto la sua filastrocca, zeppa di controsensi, ma ottima per alimentare la speculazione: “Le misure della BCE hanno chiaramente funzionato. Sono la forza dominante che sta alimentando la crescita. Sono servite ad arrestare ed invertire le pressioni deflazionistiche che hanno colpito l’euro un anno fa.”
Allora, verrebbe da chiedersi, dov’è il problema? Peccato che (è sempre Draghi ad ammetterlo) “la crescita rimane debole e l’inflazione è bene al di sotto del nostro obiettivo vicino al 2%”.
Allora, maliziosamente, viene da chiedersi dove stia il successo delle politiche BCE.
“I tassi sono scesi di 70 punti base in Eurozona”. Appunto. L’unica cosa che ha combinato la BCE è stata quella di azzerare i rendimenti, favorendo i debitori e penalizzando i risparmiatori.
Sull’economia reale c’è ben poco su cui cantare vittoria. Infatti Draghi ammette nuovamente: “Questa, per l’Eurozona, è la ripresa più debole dal 1998.” E, se non bastasse, aggiunge: “Non possiamo dire con sicurezza che il processo di riparazione economica dell’Eurozona sia completo.”
Ed allora vai con l’estensione del QE, la misura che fa funzionato così bene ma non ha prodotto risultati reali. Il 3 dicembre la BCE deciderà se espandere la durata, la dimensione o la composizione degli acquisti di titoli sul mercato, che ne hanno distrutto la funzione di misuratore del rischio. O magari tutte e tre le cose, che sarebbero una manna dal cielo per la speculazione, che cominciava ad avere il fiato corto.
Mentre Draghi si affanna a promettere altra droga monetaria, i vari membri della FED si danno molto da fare per rassicurare che il rialzo, che verrà deciso il 16 dicembre, non sarà l’inizio di una rapida sequenza, ma piuttosto un caso isolato, e che il ritorno alla normalità monetaria sarà molto graduale, con la FED attenta all’evoluzione dell’economia USA e pronta, se necessario, anche a tornare sui suoi passi. Più di così, per tranquillizzare il mercato, non può essere fatto.
Tutte le condizioni per favorire il rally di fine anno e permettere all’industria del risparmio gestito di portare a termine il 2015 in modo almeno decente, sono state predisposte.
Se l’ISIS non disturberà con altri attacchi in Europa o USA, le borse paiono propense a chiudere l’anno in gloria, per la settima volta consecutiva.
Poi si vedrà.

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