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Le Banche Centrali alimentano la speculazione
09/11/2015 08:39

Se vogliamo sintetizzare in poche parole quel che è successo la scorsa settimana, possiamo osservare che la Cina ha mostrato una certa ripresa delle aspettative congiunturali, che sembrano fare affidamento sugli stimoli recenti e sui prossimi che saranno varati dal governo per raggiungere gli obiettivi di stabilizzare la crescita sopra il 6,5% annuo, sebbene i dati reali che giungono (l’ultimo proprio ieri, domenica, sul commercio estero) continuino a confermare il rallentamento in atto e sempre nuovi record negativi della domanda interna. In Occidente invece è proseguita la battaglia verbale dei due principali banchieri centrali che hanno confermato le loro intenzioni per il mese di dicembre. Yellen (FED) avvierà una stretta monetaria alzando i tassi ufficiali, mentre Draghi (BCE) potenzierà in qualche modo le misure già in atto di espansione monetaria. Viene confermata così la totale divergenza di vedute tra il boss monetario europeo e la collega americana sull’impatto che il rallentamento cinese e dei paesi emergenti avrà sulle economie occidentali.
Sono prese di posizione a cui i mercati sembrano sempre più credere, specialmente dopo che venerdì la creazione stimata di posti di lavoro non agricoli di ottobre in USA ha raggiunto quota 271.000, invertendo la tendenza al calo degli ultimi 4 mesi, ed ha consegna qualche argomento in più ai falchi per convincere le colombe del FOMC a rialzare i tassi.
Il combinato disposto di queste sensazioni si è abbattuto direttamente sul cambio euro/dollaro, affossandolo fino a 1,074. La rottura del forte supporto di quota 1,08 sembra decretare la ripresa del movimento discendente di questo cross valutario che, dopo il forte ribasso partito a maggio 2014 da 1,39, si è interrotto nel marzo di quest’anno sul minimo di 1,045 ed ha lasciato spazio ad un prolungato movimento laterale che non è mai riuscito a superare in modo convincente quota 1,16.
Le prese di posizione divergenti delle due banche centrali, maturate in ottobre, hanno convinto gli investitori ad intensificare con forza il posizionamento sul dollaro ed il segnale di venerdì sembra confermare l’intenzione di raggiungere l’obiettivo ribassista della parità, che era già stato evocato in primavera.
Il secondo effetto indiretto del balletto verbale dei banchieri centrali lo intravedo nell’acquisizione di forza dell’azionario europeo rispetto a quello americano. Lo svarione estivo ha colpito le borse di tutto il mondo in modo abbastanza uniforme, ma aveva rivelato una certa debolezza europea. Le borse del vecchio continente erano scese di più di quelle USA. Allo stesso modo, la ripresa dei mercati azionari, fino a qualche giorno fa, sembrava premiare di più quelli americani, che hanno riconquistato valori molto prossimi ai massimi dell’anno ed assoluti. Invece quelli europei, sebbene saliti anch’essi, hanno mostrato maggior difficoltà a riavvicinare i massimi.
Ora però gli investitori sembrano riflettere sulle conseguenze che super-dollaro e mini-euro avranno sulla competitività delle imprese delle due sponde dell’Atlantico. E sembrano decretare che ci siano maggiori margini di salita per quelle europee, aiutate dal cambio, che per quelle americane, penalizzate dal dollaro forte. La rotazione di interesse si osserva da qualche giorno e venerdì è stata eclatante, con le borse europee che sono schizzate al rialzo dopo il dato sulla creazione di posti di lavoro USA, in concomitanza con il tonfo dell’euro. Gli indici USA invece hanno passato in negativo tutta la seduta e solo alla fine sono riuscite a portarsi in zona di parità.
Sono solo piccoli segnali, ma che possono rivelare un mutamento delle correlazioni in atto tra i vari mercati.
Un altro mutamento piuttosto evidente lo si vede in Asia, dove notiamo che le borse dei paesi emergenti, che dipendono dalle materie prime, hanno ricominciato a soffrire, appesantite dalla forza del superdollaro, mentre quelle che dipendono dalle rispettive banche centrali (Cina e Giappone) brillano in attesa di nuovi stimoli monetari, imitando la classica reazione (tanto peggio, tanto meglio) che da anni vediamo attuarsi in Europa ed in USA. Anche in Asia, evidentemente, i mercati sono ormai tossicodipendenti monetari, che festeggiano le cattive notizie perché da esse arriverà altra droga monetaria in grado di gonfiare la bolla speculativa.
Questa settimana dovrebbe perciò proseguire il movimento speculativo asiatico, che per l’indice cinese Shanghai composite ha quota 4.000 da raggiungere, mentre il giapponese Nikkei, dopo il superamento di quota 19.000, trova a 20.000 il suo primo ostacolo.
Allo stesso modo dovrebbe consolidarsi la miglior forza relativa europea rispetto agli indici USA, che potrebbero risentire della vicinanza dei massimi assoluti e della forza del dollaro. Certo, se dovessimo vedere l’indice SP500 frantumare il massimo con il dollaro che si rafforza, troveremo molti osservatori compiaciuti di una tale manifestazione di forza.
E magari qualcuno preoccupato di una altrettanto evidente manifestazione di incoscienza.

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