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Confusione Banche Centrali
02/11/2015 09:42

La settimana passata è stata pesantemente condizionata dai comunicati delle banche centrali, come già la precedente. Ogni volta che si svolge una riunione di una importante banca centrale le antenne dei mercati si rizzano per cercare di percepire qualsiasi sfumatura nel linguaggio, o anche solo nel tono, che permetta di ipotizzare le successive mosse.
E capita che quando le visioni sull’andamento dell’economia mondiale e sui rischi che incombono sulla crescita, che questi comunicati forniscono, sono divergenti, la volatilità priva di direzionalità diventa la padrona della scena e si alternano sedute positive e negative, a seconda di chi sta parlando ai mercati.
La settimana appena passata, quando i mercati ancora gioivano per la preoccupazione di Draghi e la sua generosa offerta di un potenziamento del’Euro-QE, ha visto piovere inattese le indicazioni rassicuranti della FED, accompagnate dalla ipotesi (che per i mercati è una minaccia) di ritornare fin da dicembre alla normalità monetaria, procedendo ad una prima manovra di rialzo dei tassi ufficiali dopo 7 anni di tassi a zero.
Venerdì anche Kuroda, il governatore del Banca del Giappone, ha sorpreso e deluso i mercati, che, vedendo segnali di rallentamento piuttosto marcati nell’economia giapponese, speravano che si schierasse dalla parte dei generosi, imitando in qualche modo Draghi. Invece Kuroda è stato piuttosto fiducioso sul futuro e per ora non ha accontentato i mercati.
La delusione si scarica oggi sulla borsa giapponese, che restituisce buona parte di quel che aveva recuperato negli ultimi giorni.
E’ un po’ tutta l’area asiatica stamattina a volersi svegliare dal sogno del ritorno ai massimi dell’anno e realizza uno storno importante, che dovrebbe essere seguito anche dagli indici europei.
Del resto venerdì anche Wall Street ha dato segni di affaticamento e sembra iniziare un periodo di correzione del forte impulso rialzista che ha accompagnato tutto il mese di ottobre. Per l’indice SP500 il mese appena concluso è stato il miglior mese dall’ottobre 2011. Il rialzo è stato di +8,2%. Ancor meglio  ha fatto l’indice europeo Eurostoxx50, che con un +10,23% ha superato ogni sua precedente performance mensile dopo aprile 2009.
Ora, prima di pensare a proseguire il rally di fine anno sembra opportuno almeno un momentaneo pit stop, per riflettere un po’ sui messaggi contradditori che ci hanno inviato le banche centrali. E’ evidente che quando vengono presentate visioni così divergenti, qualcuna sta sbagliando clamorosamente le previsioni e questo è sufficiente a confondere le idee agli investitori e a convincere qualcuno, dopo che in un mese è stato fatto un bottino che basterebbe per un intero anno, a prendere profitto.
Qualche parola è giusto spenderla per il nostro indice Ftse-Mib, che in ottobre, pur salendo in modo significativo (+5,38%) non ha realizzato alcun record di salita mensile, anzi, ha sottoperformato vistosamente rispetto alla media europea rappresentata da Eurostoxx50.
A pesare sulla nostra borsa è ancora una volta il settore bancario, coinvolto nell’ennesimo inasprimento delle regole europee di vigilanza.
La BCE sta iniziando infatti a predisporre nuove regole da proporre alla commissione europea per fronteggiare i rischi di fallimento bancario. Dal momento che, dopo aver introdotto il nuovo meccanismo di bail-in in caso di fallimento di banche europee, si vorrebbe garantire i depositi fino a 100.000 euro in modo più sicuro, affidandone la garanzia direttamente alla UE, anziché ai singoli stati di appartenenza della banca fallita, sono scoppiate le diatribe tra gli stati aderenti per fronteggiare il rischio.
La Germania si è messa di traverso e sta pretendendo che venga in qualche modo fronteggiato il rischio di insolvenza sui debiti sovrani. Finora valeva la regola che ai fini della misurazione del rischio complessivo assunto da una banca, i titoli di stato venivano considerati a rischio zero. Questo fatto ha costituito un forte incentivo per le banche europee, soprattutto per quelle dei paesi più colpiti dalla crisi economica (Portogallo, Italia e Spagna, oltre ovviamente alla Grecia), a dirottare i fondi erogati dalle varie misure di espansione monetaria della BCE proprio sui titoli di stato nazionali. Hanno dato una mano al proprio paese, hanno lucrato sugli spread che per tanto tempo sono stati elevati, e non hanno dovuto accantonare capitale a fronte di questi investimenti, perché considerati a rischio zero.
Ora, i tedeschi propongono due soluzioni: limitare ad una quota di circa il 25% dell’attivo l’esposizione ai titoli di stato di ciascun istituto; oppure attribuire ai titoli di stato un coefficiente di rischio, che obblighi ad accantonamenti di capitale aggiuntivi a copertura.
La prima soluzione penalizzerebbe gli spread perché annullerebbe gli effetti del QE, obbligando le banche a vendite forzate. La seconda richiederebbe ricapitalizzazioni notevoli.
Insomma, il rigore tedesco colpisce ancora e sarà difficile sottrarsi.
Si comprende quindi il motivo della debolezza dei bancari e di conseguenza del nostro listino, che di banche è zeppo.

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