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FED e BCE: due visioni completamente diverse
29/10/2015 08:39

Inaspettatamente, almeno in parte, il gran giorno della FED ha prodotto un comunicato assai più muscolare delle generali attese.
Chi pensava, ed io tra essi, che Yellen e la FED fossero stati messi all’angolo dalla performance di Draghi della scorsa settimana e dovessero subire il duplice attacco al dollaro da parte di BCE e PBC col fuoco incrociato delle manovre volte ad indebolire l’euro e lo Yuan cinese, ieri ha dovuto constatare che il FOMC della Federal Reserve americana non è molto disponibile a stare sulla graticola senza poter dominare la situazione.
Il “FED Pride” non è arrivato fino al punto di alzare i tassi. Nessuno se lo aspettava, del resto. Ma, con un colpo di reni dialettico, il comunicato finale della FED ha modificato alcune espressioni usate il mese scorso con il preciso intento di fornire ai mercati un’attestazione di fiducia sulla forza dell’economia USA. Sono spariti i riferimenti ai rischi derivanti dalla debolezza delle economie emergenti e dalle relative pressioni deflazionistiche. Pertanto il quadro delineato è quello di un’economia USA che non ha molto da temere per la solidità della crescita. Archiviati i timori manifestati a settembre, le mani della FED tornano libere e pertanto nella prossima riunione di dicembre verrà valutata la possibilità di assestare una botta e via ai tassi di interesse, come promesso in modo abbastanza esplicito dalla stessa Janet Yellen fin dall’estate passata, quando aveva affermato che i tempi erano maturi per procedere alla normalizzazione della politica monetaria entro la fine di quest’anno.
Ho trovato abbastanza sorprendente questo atteggiamento molto fiducioso, specialmente in relazione alla sensazione preoccupata che il precedente comunicato di settembre aveva trasmesso agli osservatori. Aggiungerei altra sorpresa nel vedere una lettura così diversa della realtà, se confrontiamo l’approccio americano e quello europeo, rappresentato da Draghi, che ha parlato solo la scorsa settimana. In Europa il timore del contagio deflazionistico sulla fragile crescita spaventa così tanto da costringere Draghi a promettere fin da dicembre un allargamento del QE. Dall’altra sponda dell’Atlantico invece sembra essere sparito qualsiasi timore, al punto da mettere sul piatto addirittura la restrizione monetaria.
Come è possibile che due banche centrali più importanti ed autorevoli del pianeta vedano la stessa realtà in modo così divergente?
Yellen e compagni conoscono dati sul PIL USA del 3° trimestre significativamente superiori alle attese, al punto da azzerare i timori di contagio provenienti dalla Cina e dai paesi emergenti?
Noi comuni mortali questi dati li conosceremo solo oggi pomeriggio e sappiamo che dovranno confrontarsi con attese di significativo rallentamento anche in USA. Gli analisti mostrano infatti un consenso intorno ad un tasso di crescita annualizzato del +1,5%, più che dimezzato rispetto al ritmo del trimestre precedente. Se così fosse non potremmo certo snobbare le conseguenze negative che il rallentamento dei paesi emergenti ha già prodotto sulla capacità di crescita occidentale.
Sta di fatto comunque che per la FED sembra più importante mantenere la promessa fatta in estate che mostrare incertezza. E’ un atteggiamento “renziano”, volto a rinforzare l’ottimismo della volontà  con la convinzione che la realtà si adeguerà.
La divergenza delle due visioni incide sulle valute in modo dirompente. Infatti il comunicato FED convince ancor più i mercati dell’inevitabile svalutazione dell’euro, poiché gli approcci di entrambe le banche centrali spingono in quella direzione.  Infatti subito dopo il comunicato FED il cambio euro/dollaro è subito sprofondato ed in pochi minuti ha perso circa una figura e mezza, atterrando poco sopra 1,09, proprio a testimoniare la convinzione dei mercati che i muscoli della FED uniti alle paure di Draghi porteranno ad ulteriori discese da parte della moneta unica, per la quale molti ipotizzano a breve l’arrivo alla parità col dollaro.
Anche il mercato obbligazionario USA, che non scontava più un rialzo dei tassi quest’anno, ha reagito in modo conforme ai manuali, andando al ribasso, e pertanto segnando un corrispondente rialzo dei rendimenti.
I mercati azionari sono stati invece abbastanza disorientati e sorpresi, dovendo votare la fiducia sulla visione della FED, che non si aspettavano così assertiva. Hanno dovuto scegliere se preoccuparsi per gli effetti del rialzo dei tassi sulla forza del dollaro e quindi per l’importazione di spinte deflazionistiche e per l’ulteriore indebolimento della competitività delle imprese USA, oppure credere alle rassicurazioni della FED sulla solidità della ripresa, sulla capacità dell’economia USA di procedere da sola e anche a scapito di un dollaro in rafforzamento, e sul fatto che il rialzo dei tassi non sarà l’inizio di un processo rapido, ma solo un passo abbastanza isolato verso la normalizzazione, che non modificherà in modo rilevante l’intonazione della politica monetaria, destinata ad essere accomodante ancora per parecchio tempo.
A freddo gli indici azionari hanno barcollato, esplorando il territorio negativo. Ma poi è prevalsa la fiducia in Nonna Yellen e i compratori sono tornati, spingendo SP500 a chiudere sui massimi di giornata a quota 2.090 (+1,18%), anche grazie al poderoso rimbalzo dei prezzi del greggio, che ha rianimato il settore energetico.
Anche l’Europa aveva del resto chiuso in buon rialzo, generalmente superiore al punto percentuale e dato segnali di voler riprendere il cammino rialzista dopo un paio di giorni di correzione.
Se oggi la lettura positiva degli scenari futuri continuerà a prevalere, il cammino verso i massimi di quest’anno potrà continuare, disegnando un vero e proprio rally autunnale.
Personalmente ritengo che forse Draghi abbia esagerato la scorsa settimana le sue preoccupazioni, ma che ieri la FED abbia invece ecceduto in ottimismo.
La realtà è probabilmente meno nera di quanto Draghi ci ha raccontato, ma anche assai meno rosea di quanto ieri ci ha detto la FED.
Ma i mercati sembrano per ora non curarsene e scelgano di vedere il bicchiere mezzo pieno, grazie ai soldi della BCE ed alle rassicurazioni della FED.
La botte europea piena di soldi gratis e la moglie americana ubriaca di crescita.
Troppo bello per essere vero.

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Pierluigi Gerbino - P. Iva 02806030041
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