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Tanto movimento per stare fermi
11/09/2015 08:31

Prosegue, stentata e nervosa, la marcia di avvicinamento dei mercati alla fatidica data del 17 settembre, quando il comunicato ufficiale del FOMC della Federal Reserve risolverà il dilemma che attanaglia i mercati: alzerà i tassi oppure rinvierà ancora una volta l’appuntamento con la normalizzazione della politica monetaria?
Nell’attesa le altre banche centrali e le agenzie di rating scaldano i muscoli con un’altra battaglia valutaria tra le economie emergenti.
A scatenare per prima le ostilità è stata la Nuova Zelanda, che ha tagliato i tassi e causato la svalutazione immediata del suo dollaro. Ha poi subito risposto nuovamente la Cina, che dopo qualche giorno di calma e addirittura di modesta rivalutazione del suo Yuan, ieri ha nuovamente svalutato la moneta dello 0,22% proprio mentre i funzionari del governo affermavano che la Cina “non ha bisogno di uno stimolo massiccio” ed usciva il dato sull’inflazione, che evidenziava ancora un crollo dei prezzi alla produzione del -5,9%, il 42° calo mensile consecutivo. Non è finita, perché poco dopo ci pensava l’agenzia di rating Standard & Poor’s a togliere una B al rating sul debito sovrano del Brasile, portandolo a BB+, cioè “debito spazzatura”. Il Real ha accusato un tonfo di circa il 3% di svalutazione.
Con questo clima, non stupisce per niente che le borse europee abbiano trascorso in negativo tutta la seduta, dato che, peraltro, il giorno prima l’indice SP500 americano aveva fallito lo sfondamento di una resistenza e mancato un segnale rialzista che avrebbe potuto esaltare ulteriormente il recupero dei mercati azionari. L’indice USA rimane pertanto all’interno della “agitata congestione” che lo attanaglia da 12 giorni. Uso tra virgolette la definizione, poiché appare un ossimoro. Congestione significa stare fermi, agitata significa muoversi. Ma è proprio quel che sta succedendo. Si pensi che ieri l’indice SP500 ha chiuso a 1.952 punti. Ebbene, se guardiamo il grafico giornaliero, a partire dal 24 agosto, quando ha superato, in discesa, questo livello, l’indice americano lo ha poi oltrepassato altre 9 volte, 5 al rialzo e 4 al ribasso. Tutte queste oscillazioni hanno toccato un minimo di 1.867 ed un massimo di 1.993. Insomma: tanta agitazione per trovarsi sempre al medesimo livello.
La giornata di ieri si è pertanto trascinata fino al termine con le idee confuse, segnando cali europei intorno al punto percentuale, mentre in USA, tra contenute oscillazioni, la seduta ha portato un poco significativo rialzo di mezzo punto percentuale, grazie al recupero dei prezzi del petrolio e al balzo di Apple, premiata dopo la presentazione, fatta mercoledì sera, delle prossime novità sui prodotti, che sempre emozionano i tifosi della mela.
Il movimento dell’indice alleggerisce un po’ la pressione, ma non muta per nulla l’impressione di indecisione che i mercati trasmettono in questi giorni.
Sopportiamo perciò con pazienza queste giornate erratiche, confidando che la prossima settimana le mosse della FED portino un po’ di direzionalità ai mercati. Chi è investito sull’azionario spera nell’ennesima proroga dei tassi a zero, che potrebbe allontanare un po’ le turbolenze, e teme il rialzo, che aggiungerebbe spinta rialzista al dollaro e sofferenza aggiuntiva a tutto il vasto stuolo di paesi emergenti indebitati in dollari ed alle imprese USA che vedrebbero ancora ridursi la loro competitività
Internazionale.
Chi fa trading non ha molte preferenze per il tipo di decisione, ma spera che, qualunque essa sia, porti un po’ di direzionalità da sfruttare ed elimini i falsi segnali, che hanno abbondato in questi giorni di agitata congestione.

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