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Dove ci trascinera' la Cina?
07/09/2015 08:38

In Agosto abbiamo constatato chiaramente che la Cina è in grado di condizionare l’andamento dei mercati azionari di tutto il mondo. Non abbiamo però ancora la certificazione statistica di quanto il rallentamento cinese impatterà sull’economia mondiale e, grazie ai legami esistenti nel mondo globalizzato, sull’andamento della crescita delle singole aree economiche.
A dire il vero non abbiamo neanche la certificazione ufficiale di quanto sia importante il rallentamento cinese in atto, né sappiamo quanto potremo fidarci dei dati ufficiali che verranno diramati dagli uffici statistici del dragone tra una decina di giorni.
Quello che stanno vivendo i mercati, che, non dimentichiamolo, hanno il preciso compito di anticipare gli eventi e non di adattarsi a posteriori, è la classica reazione d’istinto ad un’ipotesi di marcato rallentamento cinese che, seppur presente nel novero dei tanti elementi di rischio che gli investitori debbono gestire, è stata generalmente sottovalutata, vuoi perché l’abitudine di tutti è vedere la Cina crescere sempre, vuoi perché si pensa che il sistema politico dittatoriale consenta un maggior controllo degli eventi e maggior capacità di intervento alle autorità politiche e monetarie. La classica frase “Ma dai, vorrai mica che la Cina vada in recessione?” si è sentita parecchie volte nelle scorse settimane ed assomiglia terribilmente a parecchie altre frasi simili che si sentirono in passato (qualche esempio: “Ma dai, vorrai mica che l’Argentina fallisca?”, “Ma dai, vorrai mica che lascino fallire una grande banca come Lehman Brothers”).
Quando capitano certe situazioni, che l’inconscio dei mercati ha rimosso dal novero delle possibilità reali, anche se le mantiene nel ventaglio delle mere possibilità teoriche, si creano le condizioni per quei cambi traumatici di contesto che spiazzano letteralmente e rapidamente gli investitori. Di colpo tutti i ragionamenti, le previsioni degli analisti, la direzione precedente dei mercati e persino le correlazioni esistenti tra strumenti finanziari diversi, perdono valore e debbono essere profondamente rivisti. I mercati debbono fare un Setup per riprogrammarsi ed adeguarsi alla nuova realtà. Queste situazioni sono le più difficili da gestire per gli investitori, poiché si ritrovano travolti da movimenti di mercato improvvisi (chissà se è un caso che le svolte spesso si concretizzano quando la maggioranza è in vacanza?) e contrari alla logica che magari per molto tempo e fino a pochi giorni prima spiegava così bene l’andamento delle cose. La tentazione più diffusa è quella di non credere a quel che si vede e scambiarlo per una pazzia momentanea che verrà presto riassorbita (“come la altre volte…”). La tendenza a rimuovere il pericolo la si coglie perfino nell’uso dei termini che si utilizzano per descrivere i forti shock dei mercati. Si tende a definirli come episodi di “volatilità”, un termine che evoca oscillazioni, ma che rimanda sempre ad un ritorno al punto di partenza, prima o poi. Ma quando gli eventi che causano la perturbazione sono di notevole importanza, i mercati non riescono ad assorbire in fretta lo shock e il clima cambia per un tempo assai significativo. Il tonfo tende ad essere piuttosto rilevante, a maggior ragione se i mercati vi arrivano dopo un lungo e marcato rialzo. Si prende allora atto che “questa volta non è come le altre”, ma purtroppo, nel frattempo, il mercato avrà già fatto molta strada dalla parte avversa. Si rischierà di rimanere tagliati fuori ed ostaggio delle perdite per chissà quanto tempo, fino a quando il ciclo ribassista non si esaurirà ed il nuovo trend rialzista non riuscirà a riportarsi nei pressi dei precedenti massimi. Potrebbero volerci parecchi anni, come dimostra l’esperienza di chi, investendo sull’azionario italiano nei pressi dei massimi storici del marzo 2000, quando l’indice Ftse-Mib valeva oltre 50.000 punti, dopo oltre 15 anni non ha ancora rivisto quelle vette, ma si ritrova su valori meno che dimezzati.
In questi giorni la forte volatilità che si vede sui mercati è proprio uno dei sintomi che ci indicano che i mercati stanno, in modo scomposto, cercando di riprogrammarsi per tenere conto dello shock cinese. Probabilmente ci vorrà ancora un po’ per chiarirsi le idee. In fondo i mercati sono la somma di tutti gli operatori presenti, ma sono guidati da quegli operatori che hanno più informazioni, più mezzi per elaborarle e maggior capacità di condizionare i trend.
Anch’essi probabilmente sono un po’ disorientati, poiché la situazione cinese è precipitata in periodo di ferie. Pertanto stano cercando di rispondere alle classiche domande che determineranno i loro comportamenti. Quali saranno le dimensioni della frenata cinese? Se dovesse essere forte (hard landing), quanto grande sarà l’effetto contagio sull’economia mondiale e delle singole aree economiche? Le Banche Centrali riusciranno anche questa volta a metterci una pezza?
Sono domande su cui c’è ancora molta dispersione di vedute.
Mi ha impressionato la successione di reazioni alla Conferenza Stampa di Draghi di giovedì scorso.
In estrema sintesi Draghi ha sostanzialmente affermato che gli eventi cinesi avranno un impatto significativo, ma non ancora quantificabile, su una crescita europea già zoppicante e che genereranno pressioni deflazionistiche, rendendo più difficile il raggiungimento degli obiettivi della BCE. Per questo si è dichiarato pronto ad estendere i tempi, le dimensioni e modalità attuative del QE.
A caldo i mercati hanno apprezzato l’impegno e la generosità di Draghi verso i mercati. La chiusura di giovedì delle borse di Eurolandia è stata sfavillante e con guadagni medi superiori al 2%.
Venerdì invece, a mente fredda, si è tornati maggiormente a riflettere sul motivo della generosità di Draghi. SuperMario è solitamente restio a giocare d’anticipo. La BCE è stata l’ultima Banca Centrale a varare il QE, dopo quelle americana, inglese e giapponese. Perché stavolta si è affrettato a lanciare messaggi di generosità ai mercati? Teme forse un contagio molto significativo?
Allora hanno prevalso le vendite ed i mercati azionari europei hanno cambiato completamente umore, perdendo più di quanto guadagnato il giorno precedente.
Queste forti oscillazioni evidenziano che i mercati hanno ancora le idee confuse, ma anche che, forse, stanno facendosi qualche domanda scomoda su un altro elemento che in questi anni è sempre stato dato per scontato: il potere delle banche centrali di salvare i mercati, qualunque cosa succeda.
Se dovesse materializzarsi un forte shock recessivo nell’economia mondiale, paragonabile a quello del 2008, quali strumenti avrebbero le banche centrali per fronteggiarlo? Non dimentichiamo che tutte le armi tradizionali sono già state usate. I tassi sono a zero dappertutto o quasi. La creazione di moneta nelle principali aree ha già raggiunto livelli enormi e ancora non si è iniziato a riassorbirla.
Tutte le banche centrali stanno svalutando nei confronti del dollaro ed è difficile immaginare che gli USA possano consentire ancora a lungo la guerra valutaria contro la propria moneta senza reagire.
Le misure di QE si sono rivelate (vogliamo dirlo?) assolutamente inadeguate a raggiungere gli obiettivi di crescita dell’economia reale per cui sono state varate. L’economia mondiale quest’anno dovrebbe crescere al ritmo del 3% o poco più, in continuo rallentamento, quando prima della crisi del 2008 aveva una velocità di crociera di oltre il 5%. La crescita europea stenta a mantenersi al di sopra dell’1% e persino quella degli USA, il paese che da tutti viene indicato come l’esempio di chi ce l’ha fatta ad uscire brillantemente dal tunnel, quest’anno riuscirà a fare poco più del 2%.
Si tratta di risultati piuttosto deludenti, soprattutto se paragonati con la potenza di fuoco utilizzata dalle banche centrali. Se nei prossimi mesi la crisi cinese trascinasse ancora al ribasso la crescita mondiale, che cosa potrebbero fare le banche centrali? Non ho sentito nessun’altra proposta se non quella di continuare il QE, e, magari, aumentarne l’ammontare. Si propone cioè di aumentare la cura che finora è servita a poco.
Non è perciò affatto sorprendente che qualche investitore cominci ad avere qualche dubbio sul futuro. E’ sorprendente che fino ad un mese fa nessuno ne avesse.
Stiamo a cedere come finirà questa settimana che avrà un inizio a scartamento ridotto, dato che in USA oggi è il Labour Day ed i mercati sono chiusi. La Cina oggi riapre i battenti dopo il lungo ponte dedicato ai festeggiamenti dell’anniversario della vittoria nella seconda guerra mondiale ed allo sfoggio di potenza militare.
Sarà interessante osservare se le promesse del governo di sospendere le misure di aiuto straordinarie avranno un seguito e soprattutto come reagiranno gli operatori cinesi se lasciati un po’ più liberi di agire. Al momento in cui scrivo l’indice cinese, dopo aver tentato in apertura un po’ di rimbalzo, è tornato a scendere, anche se in modo non drammatico, mentre la borsa giapponese, dopo le forti perdite della scorsa settimana, è riuscita a mettere a segno un rimbalzino.
In Europa la situazione di breve periodo riflette enorme indecisione. Tutti gli indici principali, dopo aver dimostrato l’incapacità di superare le aree di resistenza costituite dai livelli raggiunti dal primo rimbalzo di fine agosto, sono a contatto con supporti di inizio settembre. La loro rottura comporterebbe il ritorno almeno sui minimi di agosto.
L’assenza del mercato americano potrebbe favorire una seduta di attesa, magari con un accenno di recupero anche per loro. Intanto le riflessioni continueranno, mentre le vere scelte si faranno probabilmente la prossima settimana, quando, oltre ai dati sul PIL cinese, avremo anche la riunione della FED che deciderà sul rialzo dei tanti tanto atteso e temuto dai mercati.

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