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Troppe incognite sulla strada dei mercati
27/07/2015 07:55

La settimana passata ha visto esaurirsi l’euforia per il salvataggio della Grecia ed il ritorno a comportamenti maggiormente riflessivi da parte dei mercati che, in effetti, hanno parecchi motivi di preoccupazione anche al di là dei pasticci europei.
A ben vedere, persino la imminente trattativa tra la Grecia ed i creditori per arrivare al terzo piano di aiuti da 86 miliardi, pare non certo immune da “sassolini negli ingranaggi”. Oggi dovrebbero iniziare ad Atene i primi colloqui tra la Troika allargata (UE, BCE, FMI e, new entry, Fondo ESFS) ed i tecnici del governo greco. Si compie così definitivamente la smentita della promessa elettorale di Tsipras (“La Troika non metterà mai più piede ad Atene”), in un clima che certamente vedrà molta ostilità del popolo greco verso gli “ospiti”. Il FMI però ha già dichiarato a muso duro che non parteciperà ad alcun nuovo salvataggio finché i creditori non accetteranno di tagliare il debito greco in modo consistente. E’ la condizione che il FMI pone per rivedere il suo giudizio negativo sulla sostenibilità del debito greco.
I tedeschi finora hanno sempre rifiutato questa ipotesi, che significherebbe consistenti perdite a carico dei contribuenti tedeschi (ma anche degli altri paesi europei). Se non si troverà una mediazione, consistente nel fissare un sufficientemente lungo “periodo di grazia”, cioè il prolungamento delle scadenze e la rinuncia all’incasso degli interessi, la trattativa non potrà nemmeno partire e la Grexit tornerà improvvisamente d’attualità. Il problema è che per il FMI questo periodo di grazia dovrebbe essere di 30 anni, che in questo mondo iperveloce equivale quasi all’eternità.
Ma, per i mercati, ci sono anche altre incognite da digerire dietro l’angolo, a partire dal calo dei prezzi delle materie prime, che nelle ultime settimane si è fatto crollo. A spiccare sulla stampa specializzate sono il petrolio e l’oro, ma anche i metalli e persino i prodotti agricoli sono trascinati da giorni nel vortice ribassista.
Il calo del petrolio porta con sé un aumento di preoccupazione sui Bond High Yield energetici, che cominciano ad avere rendimenti piuttosto elevati e superiori al 10%, scontando un rischio insolvenza degli emittenti che comincia ad essere piuttosto significativo.
Siccome molte banche americane sono esposte sui produttori di shale oil, la constatazione che il prezzo del petrolio è tornato sotto i 50 dollari e che con l’arrivo del petrolio iraniano, l’offerta aumenterà ancora, rende piuttosto preoccupante il futuro dei produttori americani, che a questi prezzi continuano in gran parte ad essere in perdita, dopo aver già accumulato parecchie insolvenze nei mesi scorsi. Siccome quasi la metà dei campi di estrazione di shale oil in USA è già ferma da tempo, cresce la probabilità di un aumento dei fallimenti, che  rischia di trasmettersi immediatamente sulle banche più esposte e sui rendimenti dei Junk-Bond, creando una miscela esplosiva più potente di quel che furono i titoli tossici nel 2008.
Il rallentamento economico cinese continua ad essere confermato dai dati reali (venerdì scorso è calato ancora il PMI ben al di sotto del livello che indica attese di rallentamento), anche se le  statistiche ufficiali escono sempre un po’ “pilotate” dal governo cinese. Così come viene pilotato lo sboom della borsa, con manipolazioni ed immissioni cospicue di liquidità per impedire che il pazzesco ed ingiustificato rialzo, che in un anno ha fatto lievitare i listini del 150%, si trasformi in un crollo in grado di travolgere anche l’economia reale. Ma la domanda che cominciano a porsi i mercati è, anche qui, quanto e per quanto tempo i valori finanziari possano essere pilotati lontano dalla realtà. La continua alimentazione di bolle speculative con fornitura di liquidità e divieti di vendite non pub continuare all’infinito. Per definizione, le bolle scoppiano, non si sgonfiano lentamente. Altrimenti non sono bolle. Non ho mai visto nessuna bolla speculativa ridimensionarsi lentamente. Se i cinesi questa volta ci riusciranno, avranno fatto un miracolo.
C’è poi anche l’incognita delle trimestrali americane, che non sono affatto entusiasmanti. Non mancano i clamorosi flop rispetto alle attese degli analisti e preoccupa un po’ il mercato la tendenza dei manager a mancare gli obiettivi di ricavo e a disegnare un futuro incerto per i prossimi trimestri.
Insomma, i mercati azionari, che si sono riportati nei pressi dei massimi in modo forse troppo affrettato sull’onda della toppa messa al default greco, soffrono di mancanza d’ossigeno, dato che l’unica fonte di speranza rialzista è il proseguimento delle politiche di allagamento monetario che quasi tutte le banche centrali più importanti (quella Europea, quella giapponese e quella cinese, ma non più quella americana e quella inglese) stanno proseguendo. E’ una fonte importante, che finora è bastata a mantenere gli indici incollati ai massimi, ma non a produrre incrementi significativi della crescita mondiale. Anzi, la maggior parte delle economie è oggi alle prese ancora con scenari di rallentamento nell’immediato futuro.
In assenza di altri elementi positivi su cui valga la pena scommettere, è difficile che la sola fornitura di liquidità basti a generare ulteriori trend rialzisti significativi. Per questo è importante ciò che farà la FED. Se inizierà il rialzo dei tassi toglierà un altro po’ di ossigeno monetario a mercati che già cominciano a boccheggiare.
Se invece avrà la mano leggera e qualcuna delle incognite descritte verrà ridimensionata, allora è possibile che il finale d’anno si chiuda in gloria, rimandando ancora la resa dei conti. Ma per sapere che cosa farà la FED occorre attendere settembre.

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Pierluigi Gerbino - P. Iva 02806030041
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