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Sono solo segnali di stress
23/07/2015 08:31

La pioggia di trimestrali deludenti da parte di alcuni big del settore tecnologico si è abbattuta ieri sui listini, causando uno stop non desiderato alla loro marcia verso i massimi storici.
Onestamente non possiamo dire di essere di fronte ad un’inversione di tendenza dopo il forte rimbalzo partito l’8 luglio e durato due settimane, che ha sancito la fine della correzione primaverile europea ed il ritorno ai massimi in USA.
Si tratta per ora soltanto di una battuta d’arresto, che potrebbe tranquillamente essere sostituita da nuova euforia se magari nei prossimi giorni qualche altra big riuscisse a battere le attese degli analisti, come ha fatto Google proprio una settimana fa.
Ma è una battuta d’arresto che arriva proprio in concomitanza con altri segnali di debolezza del ciclo. In questi giorni le materie prime stanno subendo un calo generalizzato dei prezzi in qualche caso abbastanza drammatico. Il petrolio, tornato ieri sotto quota 50 dollari, si appresta chiudere la sua quarta settimana consecutiva di pesanti cali, stimolati dalle prospettive di offerta aggiuntiva da parte dell’Iran, dopo lo storico accordo sul nucleare. Ora i prezzi, dopo un calo mensile di oltre il 18%, sono assai più vicini ai minimi di marzo di 44 dollari che ai massimi del rimbalzo di maggio a 63 dollari.
L’altra materia prima che ha fatto molto parlare (male) di sé negli ultimi giorni è l’oro. La constatazione che il dollaro continua ad essere forte e soprattutto che la Cina non ha poi fatto tutta quell’incetta di metallo giallo che si vociferava, ha portato una violento calo dei prezzi a partire da venerdì scorso (oltre il 5% in 4 sedute), che ha violato la forte area di supporto di 1.130 dollari l’oncia ed aperto fosche prospettive future a quello che era un tempo il classico bene rifugio. Ma non si sono visti cali solo sui prezzi di queste materie prime. Nell’ultimo mese anche il rame e l’argento hanno perso quasi il 7% come l’oro, il platino oltre l’8% ed il gasolio più dell’11%. Fino a qualche giorno fa solo le materie prime agricole sembravano orientate al rialzo, ma quasi tutte nell’ultima settimana hanno subito pesanti correzioni, che hanno annullato i precedenti guadagni.
Insomma, dal mondo delle commodity, tradizionalmente assai sensibile alle prospettive di crescita economica, non vengono indicazioni di vitalità economica, anzi.
In USA torna a preoccupare la solidità finanziaria dei Frackers, cioè dei produttori di shale oil, che a questi prezzi del petrolio vedono di nuovo allontanarsi parecchio le possibilità di far quadrare i conti.
Parecchie banche medio piccole che operano nei territori dove pullulano i campi di estrazione di petrolio dalle rocce, ed alcune anche grandi, come Jp Morgan e Wells Fargo, cominciano ad essere piuttosto preoccupate delle insolvenze di molti piccoli produttori, che sono prossimi al fallimento.
L’indice dei junk bond energetici americani, cioè quei titoli obbligazionari ad alto rendimento emessi da società del settore energetico in USA, sta precipitando da giorni e sconta ora un rendimento medio a scadenza superiore al 10%, quasi come la Grecia, contro un 7% scarso pagato dagli altri junk bond.
Tranquilli. Sono segnali di stress, nulla più che segnali di stress.
Saranno accantonati, come tante altre volte è successo nel recente passato, fino a quando il verbo delle banche centrali continuerà ad essere l’unico indicatore che i mercati vogliono seguire. La realtà può attendere. Cosi è stato finora e così sarà ancora. Ma fino a quando?

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Pierluigi Gerbino - P. Iva 02806030041
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