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Primi dubbi dalle Trimestrali
22/07/2015 08:38

Dovevano arrivare le prese di beneficio, e ieri è successo. Dopo la lunga serie di rialzi che ha caratterizzato i mercati azionari a partire dall’8 luglio scorso (8 sedute rialziste su 9 per il Dax ed il FIB, 7 su 9 per SP500 e Nasdaq americani), che ha permesso loro di portarsi a contatto con importanti resistenze o con i massimi storici, gli eccessi di breve cominciavano a farsi molto evidenti e gli operatori hanno così approfittato di qualche trimestrale americana deludente per mettere in tasca parte dei guadagni.
Archiviata per un po’ di settimane la questione greca e stabilizzata, per ora, a suon di manipolazioni la sorte dei listini cinesi, i mercati sono tornati a basarsi sul consueto faro delle trimestrali americane. Dopo la sbornia speculativa su Google, ieri i listini occidentali hanno cominciato a riflettere che i dati comunicati dalle società USA finora non sono in fondo così buoni come in passato. Guardando al campione, che diventa sempre più significativo, delle società dell’indice SP500 che hanno comunicato le trimestrali, i profitti che hanno battuto le previsioni degli analisti sono più o meno la solita percentuale del 70%, ma i ricavi migliori delle previsioni sono stati assai meno (a stento il 50% contro una media storica di 68%). Emerge così una certa fatica a rispettare gli obiettivi di fatturato, il che non depone a favore di quell’incremento marcato del ritmo di crescita del PIL USA che, sia la FED che molti istituti di analisi economica, stanno dando da tempo per scontato per il secondo trimestre.
Ieri a mostrare ricavi in calo è toccato a IBM, Verizon e United Technologies, cioè tutte le principali società che hanno comunicato i dati prima della seduta. Non è stato certo un bel viatico per listini che attendevano per il dopo seduta la comunicazione di Apple, Microsoft e Yahoo. Ed allora sono piovute vendite generate dal solito “vendi, guadagna e pentiti”, la tecnica che va per la maggiore tra gli operatori quando i listini hanno fatto in fretta abbastanza strada.
Per ora non si tratta ancora di inversioni di marcia, però è un fatto che il solo Nasdaq sia riuscito a mantenere le perdite considerevolmente al di sotto del punto percentuale, mentre per gli altri listini che normalmente consideriamo, dobbiamo prendere atto che le resistenze hanno fatto il loro dovere e chi le aveva superate lunedì (il nostro FIB), ieri è stato ricacciato indietro.
A mercati chiusi i dati di Microsoft (perdita trimestrale di oltre 3 miliardi di $ e riduzione di personale di 7.800 unità) e Yahoo (utili e ricavi inferiori alle attese) hanno confermato che l’idea vendere aveva solide basi, ma anche la stella Apple ha giocato un tiro mancino ai rialzisti, comunicando dati record per il trimestre passato, ma deludendo parecchio nella stima del fatturato previsto per il trimestre in corso. I titoli della mela nell’after hours hanno così subito forti bordate di vendite, con un calo di quasi il 10%, ed hanno preannunciato una seduta sofferente in Asia ed un inizio di seduta odierna in Europa probabilmente ancora correttivo.
A questo punto le intenzioni di superare i massimi storici da parte dell’indice SP500 debbono fare i conti con una realtà non così rosea come poteva sembrare soltanto lunedì scorso. La forza del dollaro del resto non aiuta certo le imprese USA a guadagnare competitività, in un contesto di domanda mondiale piuttosto carente per la contrazione della crescita di gran parte dei BRICS. Il calo delle ultime settimane dei prezzi delle materie prime, culminato lunedì nell’eclatante crollo anche del prezzo dell’oro, non fa che confermare le difficoltà della crescita mondiale.
Il contesto probabilmente non è così bello come la FED ha ripetutamente fatto credere ai mercati. I bilanci delle società USA, anche nel secondo trimestre, quando riescono a rimanere in piedi ed a mostrare utili in crescita, lo fanno quasi solo per merito di artifici contabili e manovre di buy back attuate dagli amministratori. I listini diventano perciò sempre più pesanti e difficili da trascinare al rialzo.
Troppi danno per scontato che il mondo è fuori dalla crisi grazie agli USA ed alla FED, che ha indicato alle altre banche centrali il modo per gonfiare di liquidità le banche e creare il paradiso finanziario, dove tutto si gonfia grazie alla manipolazione del QE e dà l’impressione che cresca anche l’economia reale.
Non vorrei, nei prossimi mesi, scoprire ciò che temo, cioè che proprio dagli USA arrivi la presa d’atto che le manovre monetarie hanno dato risultati reali assai deludenti, provocando una ripresa moscia che è giunta al capolinea.
Se così fosse, con le banche centrali che non hanno il piano B ed i mercati finanziari che già hanno incorporato crescite che non si vedrebbero mai, il ritorno alla realtà sarebbe durissimo.

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Pierluigi Gerbino - P. Iva 02806030041
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