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Speranze greche e timori cinesi
09/07/2015 08:37

Ieri i mercati europei hanno potuto vivere una giornata d’attesa, contrassegnata dalle buone intenzioni di tutti e fatta di chiacchiere ed auspici che entro la fine della settimana possa essere composto l’enorme puzzle che deve evitare l’uscita della Grecia dall’Eurozona.
I dettagli dei passi che Tsipras vorrà fare mancano ancora. L’unica nota ufficiale è la lettera che è stata inviata al fondo salva stati ESM per un prestito triennale, che dovrebbe essere intorno ai 30 miliardi. In cambio si fa menzione a non meglio specificate misure sulle tasse e sulle pensioni. E’ evidentemente troppo poco per ripristinare la credibilità perduta. Però Tsipras continua a promettere entro domani mattina  il documento preciso e dettagliato che dovrebbe portare all’accordo. Come siamo ormai abituati a vedere da parecchi giorni, le borse salgono sulle speranze e crollano quando debbono prendere atto che le speranze non bastano a modificare la realtà dell’enorme divario che separa le parti.
Pertanto ieri abbiamo assistito al rimbalzo tecnico, assai consistente sulla borsa italiana, che era stata largamente penalizzata nei giorni precedenti, ma assai meno sulle altre borse europee.
Intanto gli americani forniscono un altro assist a Tsipras, o ceffone alla Merkel, a seconda dei punti di vista, dopo quello arrivato giorni fa dal Fondo Monetario. Anch’essi, per bocca del Segretario al Tesoro Lew, hanno chiaramente affermato la necessità di ristrutturare il debito greco, che risulta ormai impagabile.
Ai tedeschi non deve proprio essere andata giù, però sono riusciti a mantenere l’aplomb sornione di chi attende le carte prima di parlare. Continuo a credere che sarà molto difficile strappare un accordo alla Merkel in assenza di ulteriori robusti e credibili passi dei greci verso l’austerità. Passi che non abbiamo ancora visto.
Se le borse europee hanno festeggiato la mancanza di brutte notizie sul fronte greco, nel resto del mondo si è improvvisamente preso atto del pericolo che costituisce la borsa cinese, alle prese con lo scoppio della gigantesca bolla speculativa, costruita in un anno di follia, a partire dal 20 giugno dello scorso anno e gonfiata senza ritegno e senza che nessuno si lamentasse fino al 15 giugno scorso.
L’indice di Shanghai SSE Composite, in quel periodo di quasi un anno, è salito del 155%, mentre il PIL cinese continuava il suo lento ma costante rallentamento della crescita, che quest’anno potrebbe non raggiungere nemmeno il 7%. Questo scollamento tra borsa e realtà economica è stato alimentato dalla banca centrale cinese che ha fatto una sorta di QE per stimolare l’economia ed ha avuto la bella idea, dato l’eccessivo indebitamento bancario delle imprese, di stimolare l’arrivo di capitale di rischio permettendo ai risparmiatori privati di aprire conti online ed indebitarsi per poter scommettere sulla ruota della fortuna. I dati parlano di un ammontare di circa 350 miliardi di dollari di indebitamento erogato ai privati per comprare azioni, che sono state lasciate a garanzia del debito. La cifra equivale all’intero debito della Grecia. Si è così costruito  il classico meccanismo speculativo che crea l’effetto leva e, permettendo di speculare senza soldi, serve a gonfiare le bolle.
Tutto funziona finché la borsa sale e finché ci si ricorda anche di vendere, ogni tanto.
Ma quando i prezzi cominciano a scendere, perché le mani forti decidono chene hanno abbastanza e i guadagni vanno incassati, i piccoli risparmiatori rimangono col cerino in mano. Dato che la garanzia viene erosa dal calo dei prezzi, gli intermediari li obbligano a vendite forzate che provocano altri crolli. L’avvitamento in genere è rapido e lascia esterrefatti quelli che solo pochi giorni prima sgomitavano per comprare ed ora debbono precipitarsi a vendere, magari costretti dall’intermediario che chiede il reintegro della garanzia o la vendita della medesima. A partire dal 15 giugno e fino a ieri, in 17 sedute di borsa, l’indice cinese ha perso il 32%.
E una scena che abbiamo visto tante volte. Questa assomiglia come una goccia d’acqua all’ascesa e al crollo del Nasdaq del 2000. Però tutte le volte i media ci parlano dei pericoli solo quando la bolla scoppia, e mai quando la si sta colpevolmente gonfiando.
Ogni volta poi il conto finisce di pagarlo l’economia reale, perché, quando le perdite diventano generalizzate, sottraggono risorse all’economia reale e comportano fallimenti di imprese, banche e società finanziarie.
Il mondo ieri ha preso atto che forse in Cina è scoppiata la bolla. Wall Street, che ha anche dovuto sopportare un misterioso blocco delle contrattazioni per anomalia informatica, ha perso l’1,67% con l’indice SP500, che è precipitosamente tornato sul supporto costituito dall’area 2.040 – 2.050 ed aspetta notizie dalla Grecia e dalla Cina per decidere se sfondarlo o rimbalzare ancora una volta.
Oggi in Cina le misure di sostegno monetario d’emergenza, prese ieri dalla Banca Centrale per frenare il calo, sembrano essere in grado di fermare, almeno momentaneamente, la caduta. Dopo aver toccato il forte supporto di 3.400 punti ed annullato tutto il poderoso rialzo attuato dal 16 marzo al 15 giugno, l’indice cinese ha rimbalzato con violenza e recuperato il crollo di ieri.
Anche qui però si vive alla giornata. Ogni crollo è fatto di affondi e rimbalzi molto violenti. Guai a farsi ingannare dal vortice dei rimbalzi tecnici.
Quel che appare certo è che i punti di crisi cominciano a moltiplicarsi. In questi giorni inizierà la stagione delle trimestrali USA ed altre perplessità potrebbero aggiungersi nella testa degli investitori. Per non parlare del prezzo del petrolio, che ha arrestato da giorni il recupero e sta scivolando nuovamente verso i minimi dello scorso marzo, in attesa dell’accordo tra USA e Iran, che toglierà l’embargo alla vendita del loro petrolio e farà affluire altro greggio sul mercato.
I tempi del primo trimestre di quest’anno, in cui tutto saliva senza problemi e tutti ringraziavano San Draghi per la pioggia di euro che avrebbe portato al bengodi, sembrano piuttosto lontani.

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