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Grecia: possibile solo un accordicchio
07/07/2015 08:41

Il turbinio di dichiarazioni formalmente concilianti dei vari leaders europei nei confronti del figliol prodigo greco, che si è ribellato alle imposizioni della troika, ha consentito ai mercati finanziari di assorbire il colpo a sorpresa del referendum greco complessivamente senza troppi danni (se non consideriamo il -4% del nostro indice Ftse-Mib) e di continuare a nutrire la speranza del miracolo a tempo arciscaduto nella riunione straordinaria dei capi di governo. Si terrà stasera dopo che i ministri finanziari nel pomeriggio avranno giudicato la prima proposta greca di accordo post referendum, che verrà presentata dal nuovo ministro delle finanze Tsakalotos, che ha sostituito Voldemort-Varoufakis.
Il vertice Merkel-Hollande ha impostato la linea attendista dell’Eurozona e fatto capire che i tedeschi vorrebbero da Tsipras una proposta di medio termine, cioè la più difficile da concordare. A me pare un segno di chiusura negoziale. Il vertice più che altro è servito a ribadire, qualora ce lo fossimo scordati, come funziona l’eurozona. Ecco due frasi piuttosto esplicite: “La Francia e la Germania devono trovare soluzioni condivise”; e ancora “E’ necessario tener conto delle reazioni degli altri paesi”. Traduzione: Chi comanda siamo noi. Gli altri verranno solo consultati. Renzi stai sereno.
Draghi, come avevo ipotizzato, non se l’è sentita di rischiare il posto in mancanza di copertura politica della Merkel e violare le regole BCE. Per cui non ha allargato il limite dei finanziamenti di emergenza ELA, che gli era stato richiesto dalla Banca Centrale greca. Ha fatto il massimo possibile, cioè ha deciso di non decidere ed ha lasciato immutato il limite di 89 miliardi, senza chiedere alle banche greche l’estensione delle garanzie. Ha sostanzialmente fatto “lo gnorri”, fingendo formalmente di non sapere che la Grecia è insolvente, perche il FMI non ha ancora dichiarato il fallimento ufficiale. Per cui si è limitato a dare una sforbiciata simbolica al valore delle garanzie collaterali, che sono titoli di stato greci.
Le banche greche continueranno perciò ad essere chiuse almeno fino a domani e ad erogare col contagocce qualche euro dai bancomat, prolungando il blocco completo dell’attività economica greca, che si protrae ormai da una settimana.
Apparentemente tutto si gioca oggi. Il condizionale è d’obbligo, dopo aver già vissuto innumerevoli rese dei conti che hanno prodotto rinvii. L’avvio di nuove trattative sembra dipendere da quanto Tsipras accetterà di calare ulteriormente le brache. Ora che ha incassato un successo politico in patria è abbastanza probabile che accetti tutto quel che la Troika gli aveva richiesto dieci giorni fa e che il referendum ha bocciato. Lo so che sembra un paradosso. In effetti lo è. Ma è l’unica strada, contorta fin che si vuole, che gli orgogliosi greci sono disposti a percorrere: formalmente bocciare, sostanzialmente accettare.
Ci sono però dei particolari importanti che dimostrano che stavolta, secondo logica, potrebbe non bastare. Questo accordo non è per l’estensione di qualche mese del vecchio programma di aiuti e non riguarderà un pugno di miliardi. Quel piano è scaduto il 30 giugno ed è morto quando Tsipras ha convocato il referendum. Ora si dovrebbe discutere un nuovo piano che abbia un respiro di almeno 3 anni. Dovrà riguardare nuovi finanziamenti alla Grecia (50-60 miliardi dice il FMI) e una decisione sul debito pregresso. Presumibilmente Tsipras chiederà formalmente la ristrutturazione del debito e qui potrebbe cascare l’asino.
Lo schieramento filo-tedesco non vuol sentir parlare per principio di tagliare il debito. Potrebbe accettare una ristrutturazione di scadenze e di interessi, ma a patto di importanti riforme strutturali aggiuntive e rigidi controlli sull’applicazione (la Troika ancora ad Atene, una bestemmia per Syriza).
Per questo la trattativa è maledettamente in salita e potrebbe addirittura neanche iniziare, se i greci arriveranno con proposte ritenute poco serie.
Però l’Europa ci ha abituato a qualsiasi capriola, specialmente quando arrivano pressioni esterne dai grandi del pianeta. E, in questo caso, non è un mistero che Obama e persino la Cina stiano premendo per non aggiungere altra turbolenza a quella che già c’è sui mercati mondiali.
Potremmo persino assistere alla risurrezione dell’accordicchio di giugno. L’atterraggio su qualcosa di transitorio e molto simile al memorandum sottoposto al referendum. In cambio l’Eurozona darebbe un pugno di miliardi per pagare FMI in ritardo e BCE in tempo, entro il 20 luglio. Così Draghi potrà proseguire le trasfusioni monetarie alle banche greche e mantenere in piedi la sgangherata economia greca. Poi nuovo appuntamento a settembre per parlare del nuovo piano di assistenza di medio termine che affronti i due nodi gordiani (nuovi cospicui finanziamenti e ristrutturazione del debito). Intanto tutti i negoziatori potranno concentrarsi su quel che per loro veramente conta: le agognate vacanze.
Lo so. Sarebbe una figuraccia per l’Eurozona. Ma non sarebbe la prima e credo neppure l’ultima.
E scommetto che i mercati, d’istinto, apprezzerebbero persino.

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Pierluigi Gerbino - P. Iva 02806030041
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