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Tsipras mette alla prova i nervi della Troika
16/06/2015 08:38

Lo stallo nei negoziati e lo scorrere del tempo nella clessidra che scandisce l’attesa della formale insolvenza della Grecia hanno spaventato più i mercati che i negoziatori greci.
I quali sembrano aver mutato la loro tattica, dopo aver constatato che al momento i rappresentanti della Troika non sembrano autorizzati a fare alcun passo nella direzione dell’accordo, mantenendo ferma una sorta di “prendere o lasciare” sull’ultima proposta presentata dai creditori e già una volta rifiutata da Tsipras.
Sembra che la nuova tattica sia diventata quella, tipica del giocatore di poker, di smettere di rilanciare nuove proposte per ridurre le distanze, per andare a vedere le carte della Troika. Ne sono un sintomo un paio di indicatori. Dapprima la frase pronunciata ieri da Tsipras che non sembra affatto segnalare fretta di chiudere le trattative: “Aspetteremo pazientemente, fino a quando le istituzioni adotteranno il realismo. Non abbiamo il diritto di seppellire la democrazia europea nello stesso posto dove è nata".
Poi il fatto che Tsipras il 18 giugno, proprio quando dovrebbe esserci l’Eurogruppo decisivo, presentato come l’ultima possibilità di accordo ordinato prima della scadenza del programma di assistenza della Troika (che scadrà il 30 giungo), abbia fissato un viaggio niente meno che da Putin, ufficialmente per parlare della partecipazione greca al nuovo gasdotto che dovrebbe essere costruito per rifornire l’Europa tagliando fuori l’Ucraina, ma probabilmente anche per approfondire eventuali ciambelle di salvataggio che Putin potrebbe lanciare ai greci se venissero scaricati dagli europei.
Sono segnali che rivelano che la palla, che sembrava essere nel campo greco, ora viene rispedita in quello europeo.
E non si tratta di una palla facile da giocare, perché, se è vero che da pochi giorni la parola Grexit è stata ufficialmente pronunciata e si è cominciato a fare i conti con quel che sembrava inimmaginabile, è anche vero che l’Europa si sta rendendo conto in quale ginepraio si è cacciata nel momento in cui ha formalizzato pagine di trattati per stabilire il minimo dettaglio giuridico per regolare l’ingresso di un paese nella moneta unica, ma nemmeno una riga è stata scritta per regolarne l’uscita.
Per cui, ad esempio, non esiste alcun soggetto che abbia il potere di far uscire un paese dall’euro, se questi non lo decide spontaneamente. Persino la dichiarazione di default potrebbe essere piuttosto ambigua, poiché la Grecia, non pagando le rate di giugno al FMI e quelle di luglio ed agosto alla BCE diventerebbe insolvente, ma la dichiarazione di fallimento, quando si parla di rapporti tra stati, spetta ai creditori. Peraltro la Grecia non sarebbe insolvente nei confronti dei debitori privati, poiché non ha scadenze in questo periodo. E se l’Eurozona dichiarasse il default della Grecia istantaneamente rinuncerebbe ai 360 miliardi che in questi anni ha prestato alla Grecia: 200 circa di competenza di Germania e Francia, 40 sono quelli in carico al nostro paese.
Tutti questi fattori sostengono l’azzardo greco e fanno salire le possibilità di un accordo sporco, che, in cambio dell’accettazione degli obiettivi di avanzo primario da parte della Grecia, si limiti a prorogare la scadenza del piano di assistenza di qualche mese ed eroghi una parte dei 7,2 miliardi ancora dovuti ai greci e tuttora sospesi, spostando così in avanti la deadline delle trattative e lasciando aperta alla Bce la possibilità di finanziare le banche elleniche col fondo d’emergenza ELA.
Si userebbe l’estate per sfoltire il ginepraio. E’ la soluzione tipica della burocrazia europea: il calcio al barattolo nella speranza che i problemi si risolvano da soli.
E’ la tattica praticata regolarmente negli ultimi anni, da quando non si volle aiutare la Grecia nel 2010 per non spendere 50 miliardi, con il magnifico risultato di averne spesi, finora, 360 negli anni successivi.
E’ la stessa tattica che i lungimiranti leader Hollande e Cameron impongono nei confronti delle richieste di aiuto del nostro paese sulla questione migranti.
Tutti sanno che porterà alla dissoluzione dell’Unione Europea ed accelererà l’avanzata dei nazionalismi.
Ma è l’unica politica che l’Europa oggi è capace di praticare. Occorre farsene una ragione.
I mercati, disorientati dallo scenario insolito, reagiscono secondo il copione classico, che vede l’azionario al ribasso, trascinato soprattutto da vendite sui bancari e l’obbligazionario di qualità ben comprato, per la ricerca di strumenti finanziari rifugio. I rendimenti delle obbligazioni periferiche invece peggiorano, come pure lo spread, alla faccia di chi ritiene che il contagio sia un’invenzione dei soliti speculatori.
I principali indici hanno già fatto il miracolo di tenersi al di sopra dei minimi della scorsa settimana. Questi minimi però sono sempre più vicini e il loro sfondamento consegnerebbe un nuovo segnale ribassista.

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