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Grecia: l'ultima spiaggia e' un accordo sporco
15/06/2015 08:29

Un’altra settimana è passata senza che l’eterna partita a poker tra la Grecia ed i creditori abbia raggiunto la fatidica visione delle carte di ciascuno.
Il balletto delle proposte e controproposte è proseguito, come pure quello delle minacce e delle illusioni, senza però arrivare ad alcun accordo. La settimana ha visto scendere dal carrozzone negoziale il FMI, mentre già la BCE tiene da tempo un comportamento molto defilato ed allineato a quello dei rappresentanti dell’Eurogruppo, che ormai rappresenta l’unica controparte della Grecia al tavolo negoziale, almeno fino a quando non arriverà una nuova, l’ennesima, proposta greca che avvicini le due parti negoziali.
Si sono intromessi nuovamente anche il gatto e la volpe (Hollande-Merkel), ma senza riuscire a convincere Pinocchio-Tsipras. Nel week-end è fallito anche il tentativo di Juncker.
I mercati hanno alternato speranze e delusioni ed hanno percorso la settimana, come le precedenti del resto, sulle montagne russe. Tuttavia nella parte centrale della settimana si è notato il tentativo di pensare positivo e nemmeno la delusione che si è affacciata da giovedì pomeriggio è riuscita a riportare i mercati europei sui minimi di martedì scorso. Segno che i mercati non danno ancora per inevitabile l’esito infausto della vicenda.
Certo, lo stallo fa scorrere il tempo ed avvicina la campanella dell’ultimo giro, accentuando l’apprensione delle borse. Ora il calendario riserva soltanto due possibilità per raggiungere un accordo in tempo utile ad evitare il default: la prima, che dopo il buco nell’acqua di Juncker è ormai quasi tramontata, sarebbe l’Eurogruppo di giovedì 18, per poter ratificare l’accordo da parte del Parlamento greco e dei parlamenti di alcuni stati europei (tra cui la Germania) la settimana prossima. Dopo rimarrà l’ultima spiaggia, cioè il Consiglio d’Europa dei capi di governo che si terrà il 26 giugno. Quel che è certo è che oltre non si potrà andare, poiché il 30 giugno scadrà il programma di assistenza della troika e, se non verrà in qualche modo rinnovato, a luglio la BCE vedrà cadere la motivazione giuridica ad incrementare ancora il fondo di emergenza bancario ELA, dato che verrebbe meno il presupposto della solvibilità del creditore, che finora era garantita dal piano di assistenza della Troika.
La distanza negoziale che separa le parti non si è ridotta in modo apprezzabile. In particolare a far la differenza non è tanto l’avanzo primario (0,75% del PIL proposto dalla Grecia contro l’1% richiesto dalla Troika). Qui la distanza sarebbe facilmente colmabile con la volontà politica di accordarsi. Gli ostacoli più grossi sono le riforme chieste dalla Troika (sulle pensioni, sull’IVA e sul mercato del lavoro). Solo sull’IVA la Grecia ha fatto intuire una certa disponibilità a muoversi dal NO finora opposto. Nessun passo è stato fatto sulle altre due riforme. Poi c’è il problema della riduzione del debito, che, così com’è (il 177% del PIL), è palesemente insostenibile. La chiedono i greci e la sostiene anche il FMI. Però i tedeschi e gli altri paesi falchi la considerano un tabù di cui non si può parlare.
Pare oggettivamente impossibile un accordo senza che una parte, come si dice in termini colti, venga a Canossa (calare le brache, in linguaggio ruspante).
Tsipras da tempo è sulla graticola, in patria, schiacciato tra l’oltranzismo di un terzo della sua maggioranza, che non vuol concedere ai creditori nulla più di quel che è stato concesso finora, e la maggioranza dell’opinione pubblica, che invece non ne vuole sapere di uscire dall’euro, ma non vuole più l’austerità. Accettare il piano della troika significherebbe per lui la fine del suo governo ed il probabile declino politico personale.
Faccio però notare che la Merkel in patria non è messa molto meglio, dal punto di vista politico. Recentissimi sondaggi parlano della maggioranza dell’opinione pubblica tedesca favorevole a cacciar fuori la Grecia dall’euro. Due terzi dei tedeschi inoltre rifiutano nuove concessioni ai greci.
Anche in Parlamento potrebbero sorgere parecchi problemi di ratifica di un accordo generoso con i greci, dato che è stato individuato un folto gruppo (un terzo?) dei parlamentari del suo partito disposta a votare contro, dopo i recenti dissapori tra la Merkel, che vuole trattare, e il ministro delle Finanze Schaeuble, ormai convinto a scaricare la Grecia.
E’ la classica situazione che potrebbe portare al disastro, dato che entrambe le parti in causa si espongono a rischi politici personali in caso di accordo a metà strada. E’ una sorta di “mors tua, vita mea”, un vicolo cieco in cui all’apparenza i negoziati sono finiti, senza troppe possibilità di uscita.
Questo ci dice il pessimismo della ragione. Tuttavia non possiamo snobbare la qualità principale dei leader europei, che eccellono nello sport del calcio al barattolo. L’arte in cui sono maestri ineguagliabili è infatti quella del rinvio. Perciò si potrebbe ipotizzare un accordicchio, o, come qualcuno lo definisce, un “accordo sporco”. Già questa definizione la dice lunga sull’efficacia di questo accordo. Ma se quel che conta è comprare un altro po’ di tempo per galleggiare sui problemi, basta ed avanza.
Siccome il programma di assistenza della Troika è già stato prorogato una volta, da febbraio a giugno, nulla impedisce che la scadenza venga spostata a settembre. Per farlo potrebbe bastare un accordo sull’avanzo primario e quello sulla riforma dell’IVA, magari lasciando fuori gli odiosi aumenti delle aliquote sui medicinali. In cambio l’Eurogruppo potrebbe scucire metà dei 7,2 miliardi ancora dovuti alla Grecia e la BCE potrebbe erogare i quasi 2 miliardi di plusvalenze incassate sui bond greci che ha in portafoglio. Questa somma consentirebbe alla Grecia di pagare la rata di rimborso dei prestiti al FMI che scade a giugno ed anche le rate alla BCE che scadono a luglio e agosto. La proroga del piano poi consentirebbe alla BCE di continuare a fornire l’ossigeno di emergenza alle banche greche.
La partita grossa, che richiede un accordo sulla riforma previdenziale, sul mercato del lavoro, sulla ristrutturazione del debito e sulla stesura di un nuovo piano di assistenza da circa 40 miliardi, verrebbe rinviata a dopo le ferie.
So bene che non sarebbe una soluzione. Ma, francamente penso che le parti ora siano impossibilitate oggettivamente a trovare una soluzione. Purtroppo penso che 3 mesi di ossigeno non cambieranno minimamente la situazione, anzi. Il pericolo è che a settembre sui grossi temi ci si ritrovi ancora più distanti di oggi. Sono molto elevate le probabilità che succeda allora quel che si eviterebbe oggi con l’accordo “sporco”.
Intanto però si potrebbe sfruttare l’estate per immaginare l’inimmaginabile. Si potrebbe negoziare, sottobanco, una qualche forma di uscita soft dall’euro, o almeno tentare di impostare le modalità tecniche per abbandonare l’euro. L’evento Grexit, di cui tanto si parla, oggi nessuno sa come si potrebbe concretamente realizzare. Nessuno sa che conseguenze avrebbe sulla Grecia e sugli altri paesi di Eurozona nel breve e nel medio periodo. Nessuno sa se veramente il contagio agli altri paesi deboli dell’eurozona oggi si potrebbe evitare oppure se con l’uscita della Grecia i fondi hedge comincerebbero il noto gioco del “tiro al prossimo piccione”, che vede il nostro paese come uno dei bersagli più probabili.
L’unica cosa certa è che sarebbe una sconfitta politica epocale per i leader dell’Unione Europea ed anche per il Presidente della BCE Draghi, che da anni dichiarano che l’euro è una moneta irreversibile per chi l’adotta e che l’uscita di un paese dalla moneta unica non viene nemmeno preso in considerazione.
Pertanto prepariamoci ad un’altra settimana appesa alle ultime trattative.

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