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La Zavorra sta in USA
08/04/2015 08:34

L’impeto rialzista dei mercati azionari di quasi tutto il mondo si confronta e contrasta in modo eclatante con l’incertezza americana. La giornata di ieri ha visto un rientro dalle vacanze pasquali scoppiettante per tutte le borse europee, salite all’unisono con una percentuale di crescita compresa tra l’1 e il 2%. Anche dall’Asia sono giunti segnali di forza da parte dell’indice cinese (ma questa non è affatto una novità) e del Nikkei giapponese, che, rimbalzando da valori inferiori ai 19.000 punti dello scorso 1 aprile, sembra ora intenzionato ad attaccare il massimo dell’anno di 19.778 e tentare lo sfondamento della soglia psicologica dei 20.000 punti.
L’indice USA SP500, nonostante le buone notizie dal fronte petrolio, i cui prezzi sono tornati nei pressi del bordo superiore del duraturo trading range compreso tra i 44 ed i 54 dollari il barile, dopo una partenza positiva, ha fallito ancora una volta il superamento del massimo del rimbalzino attuato il 30 marzo scorso a quota 2.089 ed ha chiuso in modesto calo a 2.076.
Non è tanto la chiusura moderatamente negativa, quanto l’incapacità di stare al passo con l’entusiasmo degli altri mercati a destare una certa impressione.
Evidentemente molti investitori USA hanno interpretato il modesto rimbalzo avvenuto a cavallo delle festività pasquali più come un’occasione per alleggerire bene che un segno di rinnovata forza dell’azionario americano.
La stagione delle trimestrali, oggi inizia con il battistrada Alcoa, ma che entrerà nel vivo solo a partire dalla prossima settimana (la prima bordata significativa di dati sarà martedì prossimo con i conti di Google, Intel e Wells Fargo). La forza del dollaro, che anche ieri è riuscito a ricacciare l’euro al di sotto di 1,09, rintuzzando ancora una volta l’ennesimo tentativo di recupero di lunedì scorso, preoccupa i manager delle multinazionali USA, che non riescono più a mantenere una quota di profitti in grado di giustificare i prezzi a cui i mercati stanno scambiando le azioni delle loro società.
Il rischio di un cedimento anche significativo delle quotazioni azionarie, per riallineare i valori alle effettive potenzialità di crescita, sempre meno lussureggianti, dell’economia USA e delle singole imprese si fa sempre più significativo. Se le trimestrali dovessero fallire nel loro compito di battere le stime degli analisti, che vedono profitti in significativo calo per il primo trimestre ed anche per il secondo, la correzione si potrebbe materializzare.
Per questo motivo si vede nervosismo negli USA. E, dato che la forza del dollaro significa debolezza per le altre valute, ecco che l’azionario degli altri paesi se ne avvantaggia, trascinato anche dalle aspettative di miracoli sulla crescita economica europea generati dal gioco di prestigio monetario del magico Draghi e da quelli che potrebbero presentare anche i cinesi.
Le borse europee e cinese sono in chiaro eccesso rialzista, ma questo, in epoca di euforia monetaria, non basta a fermarle.
Sembrano persino del tutto indifferenti ai brutti segni di rottura che si intravedono tra la Grecia e le sue controparti europee. Ieri i negoziatori dell’Eurozona hanno fatto trapelare all’Ansa il giudizio che le misure presentate dalla Grecia vanno nella direzione sbagliata. In risposta il governo greco, per bocca del suo vice-ministro delle Finanze, ha presentato alla Germania la richiesta di danni di guerra per l’astronomica cifra di 272 miliardi. Non paiono proprio carezze in grado di favorire l’intesa per salvare dalla bancarotta la Grecia sbloccando l’ultima tranche del prestito da 7,2 miliardi.
Intanto Tsipras oggi incontra provocatoriamente Putin, quasi a ricordare all’Europa che se buttano fuori la Grecia dall’euro, c’è qualcuno che l’attende a braccia aperte.
La partita per il salvataggio greco sembra tutt’altro che finita e lo scorrere del tempo riduce inesorabilmente le possibilità di accordo.
Ma tutto questo ai mercati sembra importare assai poco.
Per ora...

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